
Un antico proverbio africano recita: «Quando gli elefanti fanno la guerra, è l’erba a essere calpestata». Un’immagine potente che restituisce con immediatezza la crudeltà dei conflitti: le decisioni dei potenti ricadono sempre sui più deboli, sui civili che ne pagano il prezzo più alto. La guerra accompagna la storia dell’umanità sin dagli albori, come strumento di conquista e affermazione, alimentata dall’ambizione che da sempre caratterizza l’uomo. Jacques Prévert ricordava provocatoriamente che «in ogni francese sonnecchia Napoleone», sottolineando come il desiderio di dominio e la brama di potere siano presenti, in forme diverse, in ogni individuo e in ogni popolo.
Il conflitto israelo-palestinese rappresenta una delle ferite più profonde e durature del nostro tempo. La Striscia di Gaza, piccola porzione di terra densamente popolata, è oggi il simbolo di questa tragedia. Da decenni vive sotto assedio, priva di risorse adeguate e continuamente devastata da bombardamenti e rappresaglie. Ogni nuova escalation porta con sé un bilancio sempre più pesante di vittime civili, mentre le prospettive di pace si allontanano. Il massacro continua, senza tregua, in una spirale che travolge famiglie, bambini e intere comunità.
Quella di Gaza non è soltanto una questione politica o militare: è una catastrofe umanitaria che interroga la coscienza del mondo intero. Perché se, come recita il proverbio africano, sono i potenti a scatenare i conflitti, è ancora una volta l’“erba” – i civili innocenti – a essere calpestata senza alcuna pietà.
La storia di questo lungo e doloroso conflitto non si è limitata ai confini del Medio Oriente, ma ha avuto ripercussioni profonde a livello sociale in tutto il mondo. Le immagini di distruzione, i bombardamenti e le migliaia di vittime civili hanno alimentato indignazione e mobilitazioni globali, riempiendo le piazze di proteste e richieste di giustizia.
Anche in Italia l’eco della guerra si è fatta sentire con forza. Manifestazioni e cortei hanno attraversato il Paese, spesso caratterizzati da grande partecipazione popolare e momenti di tensione con le forze dell’ordine. Uno degli episodi più recente è stato lo sciopero del 22 settembre 2025, quando in numerose città – da Roma a Cagliari, da Bologna ad altre realtà urbane – migliaia di manifestanti si sono riversati nelle piazze gridando contro il massacro e denunciando apertamente quello che viene definito da molti come un genocidio, dopo l’ennesimo attacco che ha colpito duramente la popolazione palestinese.
Queste mobilitazioni mostrano come la guerra non resti confinata a una questione regionale, ma diventi un tema che attraversa coscienze, società e dibattiti pubblici in ogni angolo del pianeta
Anche la poesia, come spesso accade, si è trasformata in strumento di denuncia. Ne è un esempio la poetessa Nicoletta Congiu, 45 anni, farmacista di professione, da sempre attenta al benessere dei suoi clienti e profondamente impegnata su temi sociali e umanitari. Attraverso la sua passione per la letteratura ha deciso – insieme a un collettivo di 23 autori pro Palestina – di dare vita alla silloge L’inferno e il silenzio. Grida di dolore inascoltate, pubblicata nell’agosto scorso dalla G.C.L. Edizioni.
Ho avuto l’opportunità di incontrarla e di porle alcune domande sul suo lavoro e sul messaggio che desidera trasmettere con questa intensa raccolta poetica che diventa, citando il loro lavoro, “denuncia”, “atto politico” e “gesto di resistenza”.
Buongiorno Nicoletta, tanto per cominciare, potresti presentarti meglio ai nostri lettori?
Buongiorno, mi chiamo Nicoletta Congiu, ho 45 anni, sono di Cagliari ma vivo ad Assemini. Lavoro come farmacista.
Come è iniziato il tuo percorso nella poesia? Da quanto tempo scrivi e cosa ti ha spinto a farlo?
Ho frequentato il Liceo Classico e da allora mi sono appassionata alla poesia, in particolare a quella del mondo antico, da Catullo a Saffo, amando tradurre dal latino e dal greco. Ho sempre amato anche i poeti del Dolce Stil Novo, Dante, Petrarca, e autori moderni come Neruda, Merini e Gibran. Verso i 32-33 anni ho iniziato a scrivere anch’io, per necessità interiore, e nel tempo la mia scrittura è cresciuta. Nel 2021 ho creato su Facebook il gruppo Infinitamente Poesia, che oggi conta quasi 4.000 autori, tra cui molti dei partecipanti al progetto.
Raccontami del progetto collettivo “L’inferno e il silenzio – Grida di dolore inascoltate”. Come è nata l’idea e qual è il vostro obiettivo?
È una silloge poetica sul tema della guerra e della sofferenza che ne deriva, con particolare attenzione alla tragedia dei civili e dei bambini palestinesi. L’idea è nata dalla volontà di raccogliere voci poetiche per manifestare dissenso e solidarietà: i ricavi del libro saranno devoluti all’Associazione Amicizia Sardegna Palestina.
Com’è stato lavorare insieme ad altri autori? Ci sono stati momenti particolarmente significativi o sfide da affrontare?
È stata un’esperienza bellissima ma complessa, perché proveniamo da diverse città e culture, con opinioni differenti sulla realizzazione del libro, persino sulla scelta del titolo. Uno degli autori è peruviano e ha scritto in spagnolo; altri avevano difficoltà con gli strumenti digitali. Nonostante ciò, la collaborazione è stata ottima, grazie anche al sostegno e all’esperienza dell’editore Gian Carlo Lisi, e si è creato tra noi un forte legame di amicizia.
Che messaggio speri che i lettori ricevano leggendo la raccolta?
Vogliamo far comprendere la sofferenza di chi è privato di tutto, soprattutto dei bambini, e aprire spiragli nel muro di silenzio costruito da chi ignora la gravità di quanto accade. Il messaggio è di pace.
Durante la scrittura, ti sei confrontata con testimonianze dirette o notizie sul conflitto a Gaza? Qual è il tuo pensiero personale?
Seguo in diretta sui social il genocidio palestinese attraverso video e testimonianze autentiche: bambini denutriti, mutilati, famiglie disperate. Sono in contatto con un ragazzo di Gaza di 22 anni che mi racconta le difficoltà quotidiane per sopravvivere. Mi sento molto coinvolta e considero le vicende dei palestinesi un vero massacro, un genocidio riconosciuto persino dall’ONU, con violazioni del Diritto Internazionale.
Come vedi il ruolo del poeta in contesti di crisi come questo?
Il poeta ha un ruolo fondamentale: può sensibilizzare il lettore di fronte alla barbarie. Nel nostro caso, oltre alle parole, agiamo concretamente devolvendo i ricavi della raccolta.
Ci sono poesie della raccolta che hanno un significato speciale per te?
Amo tutte le poesie di tutti gli autori, per esempio Al-Rasheed Street di Cesare Bocci, Affinità di Pietrangelo Farris, I bambini di Gaza di Antonia Notaro ecc. ecc. Le poesie sono tantissime e sono davvero tutte belle e toccanti.
Quali progetti avete in programma per il futuro, sia individuali che collettivi?
Abbiamo presentazioni programmate in Sardegna e nel resto d’Italia. A Ladispoli, vicino Roma, ci sarà un evento organizzato da Ermanno Spera, autore, pittore e ideatore della copertina, che ha lavorato intensamente assieme ad Alfio Murabito e a Pietrangelo Farris, curatori della prefazione. Tuttavia, ogni autore potrà presentare il libro nella propria città, unendo le forze per sostenere al meglio il popolo di Gaza.
Per concludere, pensi che questo conflitto avrà mai fine?
Ad essere sincera, temo che ancora molte persone perderanno la vita a causa dell’indifferenza generale. Spero con tutto il cuore che i responsabili vengano un giorno condannati per questi atroci crimini di guerra.

NEL PRATO VIOLATO
Cade cenere sul verde prato,
sopra ali di farfalle
ormai ingrigite di polvere e sofferenza.
Solo un cielo nero
può udir preghiere,
tatuato di stelle
come eserciti del male
a strappare fiori
dalla bellezza degli steli,
mentre un grido disperato implora
FERMATE IL MASSACRO.
Risuona un canto,
un inno di speranza,
di uguaglianza,
mani giunte di popoli
implorano la pace.
L’inferno e il silenzio – Grida di dolore inascoltate, G.C.L. Edizioni, Pulsano (Ta), 2025.

