
Un volto noto, quello di Jude Law, che prende le sembianze di Vladimir Putin sul grande schermo mentre il leader russo è ancora protagonista della scena geopolitica mondiale.
È da questa frizione, tra attualità e rappresentazione, che nasce “Il Mago del Cremlino: le origini di Putin” di Olivier Assayas, in uscita il 12 febbraio 2026 nelle sale italiane.
Il film, tratto dal romanzo di Giuliano da Empoli, racconta l’ascesa del potere putiniano attraverso lo sguardo di uno spin doctor immaginario. Un lavoro incentrato sulla figura del leader russo, ispirato a figure reali contemporanee, è stato girato senza alcun consenso da parte dei diretti interessati.
Da qui nasce una domanda centrale: in un’epoca in cui ci viene richiesta una liberatoria per ogni minima riproduzione, fino a che punto è lecito rappresentare personaggi pubblici ancora in vita senza il loro permesso?
Dal punto di vista legale, il terreno è meno incerto di quanto sembri.
Nell’Unione Europea, infatti, l’uso dell’immagine di una figura pubblica è consentito quando è giustificato dalla notorietà e dall’interesse collettivo, purché non si traduca in diffamazione o lesione della dignità personale.
Negli Stati Uniti invece, il diritto allo sfruttamento dell’immagine è bilanciato dal Primo Emendamento, che tutela l’espressione artistica e politica, soprattutto quando l’opera non è mero sfruttamento commerciale ma rielaborazione creativa della realtà. In questo quadro, film come quello di Assayas rientrano in una categoria protetta dalla libertà di espressione.
Più complessa è la questione etica. Rappresentare un leader vivente comporta inevitabilmente il rischio di semplificare, distorcere o fissare un’immagine che potrebbe influenzare l’opinione senza possibilità di replica.
Per i personaggi pubblici l’interesse collettivo tende a prevalere sul diritto individuale. Nelle democrazie occidentali quindi, chi esercita il potere deve accettare che il modo in cui viene rappresentato nei media non sia sotto il suo controllo.
Se la storia ufficiale richiede distanza temporale e fonti consolidate prima di fissare un giudizio, l’arte obbedisce a una logica diversa. Rinunciare a raccontare chi governa mentre agisce significherebbe svuotare il cinema e la letteratura del loro ruolo critico, riducendoli a semplici strumenti di intrattenimento.
Dante Alighieri, nella Divina Commedia, non esitò a collocare all’Inferno uomini potenti a lui contemporanei, persino un papa ancora in vita come Bonifacio VIII. Dante trasformò la poesia in giudizio morale e politico, fissando il presente in una dimensione eterna. Non raccontava i fatti per come erano, ma per come, a suo avviso, avrebbero dovuto essere giudicati dalla storia.
Il cinema politico moderno si muove nello stesso solco. “Il Divo” di Paolo Sorrentino o “Il Grande Dittatore” di Charlie Chaplin hanno dimostrato che rappresentare il potere del loro tempo significa assumersi una responsabilità interpretativa.
L’arte non è una sentenza, ma uno spazio in cui la realtà viene trasformata per renderla comprensibile, discutibile, criticabile.
In questo senso, “Il Mago del Cremlino” si inserisce in una tradizione antica di “poesia civile”. È un’ opera legittima in una democrazia. Eticamente rischiosa ma necessaria, coerente con l’idea che l’arte non debba attendere il verdetto del tempo per interrogare il presente.








