I Was a Stranger è un film che colpisce allo stomaco come un pugno potente, sì, ma sferrato con precisione chirurgica.
Quest’opera del regista e attivista Brandt Andersen poco ricorda le tante pellicole sulla crisi migratoria, è strutturata come un affresco corale e volutamente frammentato, raccontato con i meccanismi di un genere completamente diverso, quello di Pulp Fiction.
Ogni segmento si conclude con un colpo di scena o un momento di alta tensione, la cui risoluzione viene svelata solo nel capitolo successivo, dal punto di vista di un altro protagonista: cinque destini che si incrociano in una sola, tragica notte nel Mar Egeo.
Il film si apre con un prologo a Chicago, dove vediamo da in un ospedale da un promemoria sul telefono una donna viene riportata con la memoria al 2015, ad Aleppo in Siria. Da qui la narrazione si sviluppa a ritroso, passando di mano in mano tra i protagonisti.

Incontriamo Amira, chirurgo di Aleppo che cerca di salvare vite in un ospedale sotto i bombardamenti; un soldato siriano dell’esercito governativo, tormentato dagli ordini barbarici dei suoi superiori; un contrabbandiere che opera a Smirne, in Turchia, cinico e spietato negli affari ma al contempo, a casa, padre amorevole e devoto; uno scrittore siriano che cerca disperatamente di portare in salvo la sua famiglia; e infine il comandante greco della guardia costiera a Lesbo, incaricato dei soccorsi in mare, uomo segnato dal trauma di aver visto troppe vite spezzate.
Sebbene in alcuni momenti la regia sembri privilegiare l’impatto emotivo immediato a scapito di una maggiore introspezione psicologica, la potenza visiva e la cupezza realistica dell’opera sono innegabili.
In particolare la fotografia immerge lo spettatore nelle macerie di Aleppo e nella desolazione dell’Egeo con un realismo inquietante.

Il contesto è quello della crisi migratoria siriana e del dibattito occidentale sull’immigrazione, il film si inserisce apertamente in questa discussione, scegliendo una prospettiva umanista e schierata. Non c’è neutralità, ma un intento dichiarato di restituire volti e storie a numeri spesso ridotti a statistiche. La regia privilegia uno stile sobrio, quasi documentaristico, che accentua il senso di vulnerabilità dei vari protagonisti. A differenza di molti film sul tema che sono lenti e contemplativi, questo ha un ritmo serrato. La tensione non cala mai, costringendo lo spettatore a vivere l’ansia costante del prossimo ostacolo.
I Was a Stranger forse non convincerà chi è alla ricerca di ambiguità o distacco analitico, ma colpisce chi è disposto a lasciarsi coinvolgere, e più che un film da dibattito è un film da coscienza. Uno di quelli che utilizza il linguaggio del cinema di genere per forzare lo spettatore a non distogliere lo sguardo.









