Di fronte ad un’Italia alle prese con il boom economico ed una forte trasformazione sociale, Pasolini decide di guardare ad un’altra faccia del nostro Bel Paese: l’Italia del sottoproletariato, nello specifico quella precarietà della periferia con difficili condizioni di vita, ricolma di furti e prostitute.

Lo fa restando sul linguaggio neorealista (il bianco e nero, gli attori non professionisti, la vita di tutti i giorni, lo stretto dialetto dei personaggi), seguendo la vita nullafacente di Vittorio Cataldi, conosciuto da tutti come Accattone, che si gode le giornate tra furti, bevute con amici, tuffi nel Tevere e mantenendosi sfruttando il lavoro da prostituta di Maddalena.

Tutto cambia quando Maddalena stessa verrà arrestata, evento che porterà Cataldi, ora senza alcun sostentamento, a vivere nella disgrazia più estrema.

Con Accattone Pasolini ha voluto riportare al centro della macchina da presa quegli sbandati delle periferie che il Neorealismo aveva così tanto messo in scena, rivelando la crudezza dell’individuo marginalizzato, nonché delle ingiustizie strutturali della società.

Persino quando il protagonista prova a risollevarsi tentando di lavorare, egli ricadrà comunque in quella criminalità a cui è ormai troppo legato, segno di una vita che non può trovare il riscatto o la redenzione. Un nichilismo e una tragicità che Pasolini non lascerà mai nel corso di questa pellicola, ma che trova ancora oggi, dopo 60 anni, una profonda riflessione sulla società italiana di un tempo.

Accattone è il primo film diretto da Pier Paolo Pasolini ma il noto intellettuale non era di certo nuovo al mondo del cinema: a lui si devono tra l’altro le sceneggiature de Le notti di Cabiria di Fellini o La notte brava di Mauro Bolognini.