
Questo libro non è semplicemente una storia di amicizia. È una dissezione clinica del fardello ereditato, dell’isolamento intellettuale, è un monito per chiunque dia priorità alle aspettative esterne rispetto alla propria autentica vocazione.
Chaim Potok, l’autore del libro, conduce i lettori in un conflitto comune: accettazione contro autorealizzazione.
La premessa centrale, l’amicizia tesa tra Reuven Malter (ebreo ortodosso moderno, intellettuale) e Danny Saunders (chassidico, genio, erede designato di una dinastia rabbinica), è uno strumento costruito brillantemente per esporre le linee di faglia tra tradizione e modernità.
Danny Saunders, il cosiddetto “prescelto”, è in trappola. Possiede una mente eccezionale che divora segretamente Freud e l’indagine scientifica, ma è fondamentalmente incatenato dalla sua nascita.
Suo padre, Reb Saunders, uno Tzaddik venerato e austero, pratica la forma di genitorialità più paralizzante: la comunicazione avviene esclusivamente attraverso lo studio talmudico seguito da lunghi e intenzionali silenzi al di fuori di esso.
Molte persone soffrono pressioni “silenziose” nella vita di tutti i giorni, obblighi o aspettative ereditate dalla famiglia o dai coetanei che contraddicono i veri interessi intellettuali o professionali. Il silenzio di Danny è la sottomissione forzata a un percorso che non ha scelto.
Il termine “prescelto” implica selezione divina e successo inevitabile ma per Danny è una condanna a vita. Il giovane legge segretamente testi di psicologia o classici tedeschi ritenuti eretici dalla sua comunità, il suo genio è relegato a visite clandestine in biblioteca. Il costo-opportunità in questo caso è profondo: una mente capace di un lavoro innovativo è costretta a svolgere un ruolo che non vuole.
Il silenzio imposto da Reb Saunders non è spirituale, è un’arma psicologica. Il padre coltiva deliberatamente suo figlio in un crogiolo di privazione emotiva, credendo che questo gli insegnerà la compassione per un mondo sofferente. Questa è una logica egoistica e fallace che genera isolamento, non empatia.
Reuven, d’altra parte, non è solo un amico. È l’ancora di salvezza emotiva e intellettuale per Danny, il ponte necessario verso il mondo secolare che desidera disperatamente. È un proxy per la libertà che Danny non può rivendicare apertamente.
La rappresentazione compassionevole che la narrazione fa di Reb Saunders spesso giustifica la sua durezza ma la verità è che la sua strategia è un magnifico fallimento.
Vuole creare un leader compassionevole ma usa metodi che potrebbero solo produrre una guida distrutta e risentita. Il vecchio Tzaddik cede solo quando la scelta è tra perdere completamente suo figlio o rilasciarlo alla psicologia. È costretto all’accettazione, non persuaso dalla saggezza.
Qui si può trarre un’altra importante lezione. Bisogna essere cauti riguardo alle strategie che impieghiamo per raggiungere i nostri obiettivi, in particolare quelle che implicano difficoltà o auto-negazione. Dobbiamo assicurarci che la nostra sofferenza sia produttiva, non solo performativa.
L’autore ci sfida a identificare e smantellare i nostri fardelli “ereditati”, la nostra attuale debolezza, la trappola di Danny contro il cambiamento richiesto rappresentato da Reuven.
A un certo punto della vita ognuno sente la necessità di definire la propria vocazione professionale o intellettuale, anche se questa contraddice il ruolo attuale o ciò che gli altri si aspettano. Il coraggio di Danny non è nel diventare uno psicologo ma nel trovare un modo per dire a suo padre che il destino che aveva scelto per lui non era il suo.
La crescita spesso dipende dall’avere quella stessa difficile, onesta conversazione prima con noi stessi e poi con il mondo.

