
Con Dostoevskij, i fratelli D’Innocenzo portano la serialità italiana in un territorio nuovo, più vicino all’incubo che al poliziesco.
È una storia che parla di un uomo, Enzo Vitello, ma anche di tutto ciò che nasconde. Un investigatore stanco, un padre perduto, un essere umano che si aggira tra case gelide e paesaggi vuoti come se cercasse qualcosa che non esiste più.
La serie prende il nome da un assassino che scrive lettere firmandosi “Dostoevskij”, ma il vero delitto è quello dell’anima. Qui non c’è spazio per gli eroi o per i buoni sentimenti. Ogni cosa è sporca, imperfetta, reale.
La regia dei D’Innocenzo non cerca la bellezza, ma l’oscurità del dolore: in una tazza di caffè lasciata a metà, nel silenzio di una figlia che non risponde, nel rumore del vento che sembra parlare più degli uomini. Ogni inquadratura è pensata come una ferita, e la fotografia, tutta fatta di grigi, bianchi e marroni, rende il mondo un limbo dove nessuno si salva davvero.
Dostoevskij non vuole spiegare il male, lo guarda in faccia. È una serie che parla di colpa, ma anche di amore e di rimorso, di quanto siamo pronti a inventarci una giustificazione pur di non ammettere chi siamo davvero. «A volte il male non arriva da fuori» dice un personaggio, «ma da una stanza che abbiamo dentro e che non vogliamo aprire».
I D’Innocenzo mescolano poesia e brutalità, rendendo la narrazione un flusso ipnotico dove tutto sembra accadere in un eterno crepuscolo. Le parole pesano, i gesti ancora di più. Ogni dettaglio — una sigaretta spenta, una mano che trema, una preghiera sussurrata — diventa un pezzo di umanità in frantumi.
Più che un thriller, Dostoevskij è un viaggio nell’abisso, un noir spirituale che ci costringe a guardarci dentro. Non si guarda per risolvere un mistero, ma per sentire quanto può essere fragile il confine tra giusto e sbagliato. Una serie che non urla, ma sussurra. E quando finisce, resta quel silenzio inquieto che solo le opere più vere sanno lasciare.








