Fauda, caos in arabo, è molto di più di una una serie televisiva. È un’esperienza complessa, una vera e propria immersione nelle acque torbide del conflitto israelo-palestinese, raccontato con una tensione narrativa che lascia senza fiato e un’ambiguità morale che persiste ben oltre i titoli di coda. Creata da Lior Raz e Avi Issacharoff, e basata in parte sulle loro esperienze come operatori di forze speciali israeliani, la serie ha conquistato un pubblico globale, diventando un fenomeno non solo d’intrattenimento ma anche di riflessione.

La serie segue le operazioni di un’unità, Mista’arvim, ossia le unità speciali delle forze armate israeliane, agenti undercover che operano in incognito, spesso tra la popolazione araba, parlando perfettamente la lingua e conoscendo la cultura. Al centro c’è Doron Kavillio, interpretato da Lior Raz, un agente burbero e instancabile, spesso riportato in servizio dalla vita civile che fatica a sopportare, richiamato dal dovere o dalla sete di vendetta.



La narrazione non segue una semplice dicotomia buoni/cattivi. Ogni stagione, spesso incentrata sulla caccia a un determinato obiettivo, che va dallo sceicco Abu Ahmad alla jihadista Al-Makdasi fino alle trame di Hezbollah, si sviluppa come una partita a scacchi ad alto rischio, dove mosse e contromosse si susseguono, e il prezzo di ogni azione è quasi sempre sangue e sofferenza. Il ritmo è serrato, le scene d’azione sono crude, realistiche e caotiche, come da titolo, filmate spesso con uno stile documentaristico che aumenta il senso di realismo e pericolo.

L’innovazione di Fauda è nella sua struttura narrativa bilanciata. La telecamera trascorre tanto tempo nelle case e nelle vite dei palestinesi, sia militanti che civili, quanto in quelle degli israeliani. Vediamo le loro motivazioni, le loro paure, le loro gioie familiari, le loro perdite strazianti. Personaggi come il combattente Taufiq Hamed o il complesso Walid El-Abed non sono caricature, ma uomini profondi, legati alla loro terra e alla loro causa. Questo approccio costringe lo spettatore a confrontarsi con la realtà di entrambi i lati, annullando qualsiasi semplificazione.

Non ci sono eroi immacolati. Doron è impulsivo, roso dai sensi di colpa, distruttivo nelle relazioni personali. I suoi commilitoni, l’instancabile Capitano Ayub, il calmo e strategico Naor, l’intensa e determinata Mickey, portano ognuno i propri traumi e le proprie contraddizioni. Anche i cattivi sono mossi da un codice d’onore, amore familiare e un profondo senso di ingiustizia. La serie esplora magistralmente come il conflitto logori le anime di tutti, a prescindere dalla divisa che indossano.

Fauda evita la moralità e l’eroismo hollywoodiano. Le sparatorie sono confuse e letali, le conseguenze sono permanenti, la morte di personaggi importanti è sempre in agguato, e il peso psicologico delle azioni è tangibile. La recitazione è spesso magnificamente sottotono, con sguardi e silenzi che dicono più di lunghi dialoghi.
L’uso naturale e continuo dell’ebraico e dell’arabo non è un espediente, ma la colonna sonora autentica del conflitto. I personaggi passano da una lingua all’altra, rivelando la loro identità, il loro inganno o la loro doppia appartenenza.



Alcuni critici hanno notato che, nonostante lo sforzo di bilanciamento, la prospettiva di partenza rimane quella dell’unità israeliana, che finisce per essere il “noi” con cui lo spettatore tende a identificarsi maggiormente. Inoltre, specialmente nelle stagioni successive, si può avvertire una certa ripetitività nella struttura narrativa, inseguimenti, colpo di scena, vendetta, inserimento di nuova minaccia. La caratterizzazione di alcune figure femminili, sebbene presenti e forti, come Shirin o Maya, a volte sembra rimanere in secondo piano rispetto al machismo imperante dei protagonisti maschili.

Fauda ha aperto la strada a una nuova generazione di narrazioni mediorientali complesse, dimostrando che un pubblico globale è pronto per storie che non offrono facili risposte. Ha generato dibattiti infiniti, è stata elogiata e criticata da entrambe le parti in causa, segno della sua onestà intellettuale. Ha influenzato il modo di raccontare le serie di spionaggio e conflitto, spostando l’attenzione dall’azione fine a sé stessa alla psicologia e al contesto geopolitico.


Fauda non si guarda certo comodamente, si subisce, ti mette un tarlo in testa. Non è intrattenimento leggero, ma un’opera narrativa potente e visionaria che funziona come uno specchio del conflitto più intricato e mediatico tuttora in corso. Mentre le esplosioni risuonano e i personaggi si consumano in una guerra senza fine, la serie ci pone domande scomode: dove finisce il dovere e inizia l’ossessione? Esiste un giusto dalla parte giusta? Cosa resta di umano in una lotta senza quartiere?


La serie non da risposte, ma crea spazio dove entrambe le narrative, israeliana e palestinese, possono coesistere nella loro tragica, contraddittoria e sanguinosa umanità. Per questo, nonostante qualche imperfezione narrativa, Fauda rimane un capolavoro della televisione contemporanea, un viaggio nel caos che tutti dovremmo intraprendere per comprendere meglio le profondità di un conflitto che, come la serie stessa dimostra, è prima di tutto umano. Una visione obbligata per chi crede che la televisione possa essere anche uno strumento di comprensione, e non solo di intrattenimento.