Charlie Chaplin - Il Grande Dittatore

Chaplin e Hitler nacquero nello stesso aprile del 1889. Prima che il secondo trasformasse i baffetti in un emblema del terrore, il primo li aveva già resi una maschera comica universale.

È appena trascorso il Giorno della Memoria, e come ogni anno, il rischio è che il ricordo si consumi nel rito. I recenti eventi ci rammentano purtroppo quanto ce lo siamo dimenticato e mostrano che il potere non si consolida solo con la forza, ma anche plasmando l’immaginario, ciò che Gramsci chiamò egemonia culturale.

Nazismo, fascismo e stalinismo furono i primi regimi a comprendere che governare significava dirigere lo sguardo. Non è casuale che Mussolini, riprendendo Lenin, definisse il cinema «l’arma più forte» e che Hans Jürgen Syberberg1 parlò di Hitler come di un “grande cineasta”, intendendo la sua lucidissima coscienza dei media.

In Italia, già nel 1924, l’Istituto LUCE trasformò il cinema documentario in monopolio statale: i cinegiornali misero in scena Mussolini come un attore totale, moltiplicandone i ruoli fino a farne un mito visivo. Negli anni Trenta, con l’ENIC, la Direzione Generale della Cinematografia e Cinecittà, lo Stato costruì un’industria dell’immaginazione in cui propaganda, kolossal storici e cinema d’evasione cooperavano alla normalizzazione del regime. In Germania, sotto Goebbels e l’UFA, la propaganda conviveva con un vasto intrattenimento apparentemente apolitico, mentre opere come Triumph des Willens di Leni Riefenstahl 2estetizzavano il potere fino a renderlo sacro.

È contro questa macchina che nel 1940 si colloca Il Grande Dittatore. Scritto, diretto, prodotto e interpretato da Charlie Chaplin, fu il suo primo vero film sonoro e nacque mentre gli Stati Uniti erano ancora neutrali. Chaplin vi interpreta due figure speculari: Adenoid Hynkel, caricatura di Hitler, e un barbiere ebreo perseguitato. La scelta fu controversa. Chaplin lavorò due anni alla sceneggiatura e iniziò le riprese nel settembre 1939, pochi giorni dopo l’inizio della guerra. Fare una commedia su Hitler appariva scandaloso, ma la sua indipendenza economica gli permise di rischiare. «Hitler doveva essere deriso», scriverà più tardi.

Il film fu un enorme successo commerciale, il maggiore della sua carriera, e ricevette cinque nomination agli Oscar. Ma il finale, un discorso diretto alla macchina da presa contro guerra e fascismo,  segnò una svolta: la satira cedeva il passo all’appello politico esplicito. Come ha osservato lo storico Charles J. Maland, da quel momento pubblico e critica non separarono più Chaplin dall’impegno politico, e la sua popolarità negli Stati Uniti iniziò a declinare.

Eppure Roosevelt e Churchill videro il film in anteprima; Roosevelt invitò Chaplin a leggere il discorso alla radio durante l’inaugurazione del 1941. Secondo testimonianze attendibili, anche Hitler vide il film in privato, forse più di una volta, ma non commentò.

Chaplin scriverà nella sua autobiografia che non avrebbe potuto realizzare il film se avesse conosciuto l’orrore totale della Shoah, perché il tono comico e satirico del film non avrebbe potuto rendere giustizia a una tragedia così reale. Ad ogni modo, non si può cancellare il passato, e Il Grande Dittatore resta un esempio straordinario di come il cinema non sia solo intrattenimento, ma una forma di denuncia morale e di impegno politico.

Oggi, mentre attori e registi tornano a esporsi contro nuove forme di autoritarismo, quella lezione riaffiora. La memoria, se vuole essere viva, serve a ricordarci che il cinema può costruire miti o smontarli. La differenza, allora come oggi, sta nel coraggio di chi sceglie come usare le immagini.

Il discorso finale de Il Grande Dittatore (1940) è uno dei momenti più potenti e commoventi della storia del cinema. Charlie Chaplin, nei panni del barbiere ebreo scambiato per il dittatore Adenoid Hynkel, rompe il silenzio del suo personaggio e parla direttamente all’umanità.

Ecco il testo integrale tradotto in italiano:

“Mi dispiace, ma io non voglio fare l’imperatore: non è il mio mestiere. Non voglio governare né conquistare nessuno. Vorrei aiutare tutti, se possibile: ebrei, ariani, neri o bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre, dovremmo godere della felicità del prossimo, non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti, la natura è ricca ed è capace di nutrire tutti quanti.

La vita può essere libera e bella, ma noi abbiamo smarrito la strada. La cupidigia ha avvelenato l’anima degli uomini, ha sbarrato il mondo con l’odio, ci ha fatto marciare col passo dell’oca verso la miseria e il sangue. Abbiamo esplorato le distanze, ma ci siamo chiusi in noi stessi. Le macchine, che danno l’abbondanza, ci hanno lasciati nel bisogno. La nostra sapienza ci ha reso cinici; l’intelligenza duri e cattivi. Pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchine ci serve umanità; più che intelligenza ci serve bontà e gentilezza. Senza queste doti la vita è violenta e tutto è perduto.

L’aviazione e la radio hanno riavvicinato le genti. La natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà dell’uomo, reclama la fratellanza universale, l’unione di tutti noi. In questo momento la mia voce raggiunge milioni di persone nel mondo, milioni di uomini, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che costringe gli uomini a torturare e imprigionare persone innocenti.

A coloro che mi odono, io dico: non disperate. La miseria che ci ha colpiti non è che un effetto dell’avidità umana, dell’amarezza di uomini che temono le vie del progresso umano. L’odio degli uomini passerà, i dittatori moriranno e il potere che hanno tolto al mondo ritornerà al popolo. E finché gli uomini moriranno, la libertà non perirà mai.

Soldati! Non consegnatevi a questi bruti, che vi disprezzano, che vi schiavizzano, che regimano la vostra vita, vi dicono quello che dovete fare, quello che dovete pensare e sentire! Che vi istruiscono, vi mandano a dieta, vi trattano come bestie e vi usano come carne da cannone. Non consegnatevi a questi uomini-macchina, con una macchina al posto del cuore e nel cervello! Voi non siete macchine! Voi non siete bestie! Siete uomini! Avete l’amore dell’umanità nel cuore! Non odiate! Coloro che odiano sono quelli che non hanno l’amore degli altri!

Soldati! Non combattete per la schiavitù! Combattete per la libertà! Nel diciassettesimo capitolo di San Luca è scritto che il Regno di Dio è nel cuore dell’uomo. Non di un solo uomo o di un gruppo di uomini, ma di tutti gli uomini! In voi! Voi, il popolo, avete il potere di creare le macchine, il potere di creare la felicità! Voi, il popolo, avete il potere di rendere questa vita libera e bella, di rendere questa vita un’avventura meravigliosa.

Quindi, in nome della democrazia, usiamo questo potere! Uniamoci tutti! Combattiamo per un mondo nuovo, un mondo giusto che dia a tutti un lavoro, ai giovani un futuro e ai vecchi la sicurezza. Promettendo queste cose, dei bruti sono saliti al potere. Ma mentivano! Non hanno mantenuto quelle promesse e mai lo faranno! I dittatori sono liberi perché schiavizzano il popolo.

Ora combattiamo per colmare quelle promesse! Combattiamo per liberare il mondo, per eliminare i confini e le barriere nazionali, per eliminare l’avidità, l’odio e l’intolleranza. Combattiamo per un mondo ragionevole, un mondo in cui la scienza e il progresso conducano alla felicità di tutti. Soldati, in nome della democrazia, uniamoci tutti!

Hannah, puoi sentirmi? Dovunque tu sia, abbi fiducia! Guarda in alto, Hannah! Le nuvole si diradano! Comincia a splendere il sole! Stiamo uscendo dalle tenebre verso la luce! Stiamo entrando in un mondo nuovo, un mondo più buono, dove gli uomini si solleveranno al di sopra del loro odio, della loro avidità e della loro brutalità. Guarda in alto, Hannah! L’anima dell’uomo ha messo le ali e finalmente comincia a volare. Vola verso l’arcobaleno, verso la luce della speranza, verso il futuro, il glorioso futuro che appartiene a te, a me e a tutti noi. Guarda in alto, Hannah! Guarda in alto!”

È incredibile come queste parole, scritte più di 80 anni fa, risuonino ancora oggi con una forza disarmante.

  1. Hans Jürgen Syberberg (nato il 8 settembre 1935 a Hüsten, Germania) è un regista, scrittore e teorico tedesco, noto soprattutto per il suo cinema sperimentale e teatrale che esplora la storia, la cultura e l’identità tedesca. Il suo lavoro più noto è probabilmente “Hitler: un film dai tre giorni di Führer” (1977), un’opera monumentale di circa sette ore che analizza la figura di Adolf Hitler e il fascino del mito nazista ↩︎
  2. Triumph des Willens (in italiano: “Il trionfo della volontà”) è un film di propaganda nazista del 1935, diretto da Leni Riefenstahl, regista tedesca. Innovativo dal punto di vista tecnico ma moralmente controverso per il suo scopo politico. Documenta il raduno del Partito Nazista a Norimberga nel 1934, mostrando discorsi di Hitler, parate militari, simboli nazisti e la partecipazione delle masse. ↩︎