
Il cinema iraniano, in passato catalogato come emergente, è oramai una solida realtà e tra i suoi registi più affermati c’è sicuramente Mohammad Rasoulof.
Considerato un disertore, condannato a otto anni di galera e alla fustigazione, Rasoulof oggi vive all’estero dopo essere riuscito a scappare in modo irregolare perché gli era stato requisito il passaporto.
II suo cinema è realizzato clandestinamente, spesso sottotraccia per evitare la censura, avvalendosi anche di collaboratori che girano per lui molte scene, specie quelle ambientate in città.
Il film Il male non esiste si divide in quattro storie girate in posti differenti, apparentemente slegate tra di loro ma collegate in realtà da un filo comune. Il tema principale è la pena di morte in Iran: persone assolutamente ordinarie si trovano a compiere o a subire scelte etiche estreme.
Il fatto di essere stato girato in clandestinità gli conferisce una maggiore aura di rischio e di autenticità. Nel primo racconto Heshmat, un uomo di mezza età, padre e marito apparentemente normale, conduce una vita tranquilla: fa la spesa con la famiglia, si prende cura della suocera, normale amministrazione. Il brusco finale però fa emergere di cosa realmente si occupa nella vita.
Nel secondo episodio incontriamo Pouya, un giovane militare di leva, idealista e sognatore che vorrebbe abbandonare l’Iran con la sua ragazza. Assegnato a partecipare all’impiccagione di un prigioniero e intenzionato a non uccidere per ordine altrui, cercherà una via d’uscita.
La terza storia parla di Javad, un giovane soldato in licenza che va a trovare la ragazza nel suo paese natale sul Mar Caspio, con l’intenzione di chiederla in sposa. Invece di festeggiare il compleanno della ragazza la troverà impegnata nei preparativi del funerale di una persona collegata a Javad.

Il quarto episodio racconta di Bahram e sua moglie che ricevono la visita di una loro nipote cresciuta in Germania, Darya. La giovane scoprirà la verità sulle ragioni dell’esilio di suo padre.
Il film affronta la tematica della pena capitale in Iran sia dal punto di vista delle vittime sia da quello di chi è costretto a eseguirla. Non punisce né giudica i carnefici né si limita a esporre vittime, bensì mostra l’essere umano al centro di un sistema che lo trasforma portando alla luce anche il tema della libertà di scelta.
In ogni episodio i personaggi si trovano di fronte a un bivio morale: obbedire al sistema, diventando un ingranaggio della macchina di morte, oppure rifiutare, pagando un prezzo altissimo.
Lo spettatore si immedesima nei personaggi tanto da far scaturire in lui un profondo dubbio sulle scelte da compiere. Guardando questo film ci si domanda spesso: “Cosa avrei fatto io al loro posto?!”
Un film che tocca, scuote, interroga, forse non perfetto ma sicuramente necessario.








