A ghost story - film

Nel panorama del cinema contemporaneo, pochi film riescono a trasformare un’icona quasi infantile, un fantasma sotto un lenzuolo bianco, in un’indagine esistenziale di devastante potenza.

David Lowery1, con il suo A Ghost Story (2017), compie un miracolo visivo firmando un’opera che sfida le convenzioni del genere supernatural drama per approdare ai territori della meditazione pura.

Fin dai primi fotogrammi, il film dichiara la sua identità formale attraverso una scelta estetica radicale: l’utilizzo del formato 1.33:1. Come sottolineato dal direttore della fotografia Andrew Droz Palermo in diverse interviste tecniche per American Cinematographer, questa ratio quasi quadrata, tipica delle vecchie diapositive, serve a comprimere lo spazio attorno ai protagonisti, intrappolando lo spettatore in una dimensione claustrofobica dove il tempo pesa più della materia.

David Lowery firma con “A Ghost Story” un trattato visivo sulla perdita e sull’eredità dello spirito.

Il cast, guidato da Casey Affleck e Rooney Mara, lavora per sottrazione estrema. Affleck, celato per quasi tutta la durata della pellicola sotto un pesante costume di stoffa, rinuncia alla mimica facciale per diventare una presenza scultorea e monumentale, trasformando il suo personaggio in un osservatore muto del divenire.

La critica internazionale, da Variety a The Hollywood Reporter, ha celebrato la capacità di Lowery di dilatare il tempo narrativo attraverso piani sequenza audaci, come la celebre scena della “torta” in cui Rooney Mara consuma il proprio dolore in un atto fisico catartico di nove minuti. Qui, la fissità della macchina da presa non è un semplice vezzo stilistico, ma uno strumento per costringere il pubblico a confrontarsi con la staticità del lutto.

Mentre il cinema horror tradizionale usa il fantasma come motore di paura, Lowery lo utilizza come testimone dell’impermanenza. Il fantasma non infesta una casa ma abita un trauma temporale che si espande progressivamente dal microcosmo di una stanza alla macrostoria di un intero paesaggio, citando idealmente il pensiero cosmico di Virginia Woolf.2

La colonna sonora di Daniel Hart, con il brano portante I Get Overwhelmed, funge da collante emotivo, trasformando il silenzio del protagonista in un grido malinconico.

 A Ghost Story è un atto di fede nel potere dell’immagine, un film che non spiega ma mostra, un’opera imprescindibile per chi crede che il cinema sia ancora il luogo privilegiato per porsi le domande più grandi su ciò che resta di noi quando il tempo erode ogni costruzione umana.

Note:

  1. Nato a Milwaukee nel 1980, David Lowery è una delle voci più originali e poliedriche del cinema indipendente americano contemporaneo. Regista, sceneggiatore e montatore, Lowery ha saputo muoversi con estrema disinvoltura tra produzioni intimiste e grandi blockbuster, mantenendo sempre una firma stilistica riconoscibile, intrisa di lirismo e sensibilità naturalistica. Dopo l’esordio folgorante con Senza santi in paradiso (Ain’t Them Bodies Saints, 2013), che gli è valso il plauso della critica al Sundance Film Festival per la sua estetica debordante e malinconica, ha consolidato il suo legame con la casa di produzione A24, diventando uno dei suoi autori di punta. Oltre al successo di critica di A Ghost Story, la sua filmografia vanta opere ambiziose come il fantasy epico Sir Gawain e il Cavaliere Verde (The Green Knight, 2021) e incursioni nel cinema per famiglie con Disney, tra cui il remake di Il drago invisibile (2016) e Peter Pan & Wendy (2023). La sua poetica ruota costantemente attorno ai temi del tempo, del mito e del rapporto tra l’uomo e lo spazio che occupa, rendendolo un erede moderno della tradizione cinematografica più riflessiva e visiva. ↩︎
  2. Il pensiero cosmico di Virginia Woolf Con questo termine si fa riferimento alla visione metafisica della scrittrice britannica (particolarmente evidente in opere come Gite al faro), in cui l’esistenza umana è analizzata nel suo rapporto con lo scorrere del tempo universale. Woolf esplora la fragilità dell’individuo rispetto all’immanenza degli oggetti e dei luoghi, i quali sopravvivono ai propri abitanti diventando custodi silenziosi di memorie e tracce invisibili, esattamente come la casa nel film di Lowery. ↩︎