La macchina della profondità: un’invenzione Disney

I nostri occhi, quando viaggiamo a bordo di un mezzo in movimento come un treno o un’automobile in corsa, percepiscono un effetto ottico fondamentale, definito paralasse. Il termine deriva dal greco parállaxis, che significa “cambiamento”. L’oggetto sembra infatti variare la sua posizione rispetto a ciò che sta dietro quando si sposta il punto di osservazione. Gli oggetti vicini al finestrino sfrecciano via, delineando una velocità maggiore, mentre i corpi distanti, come le montagne all’orizzonte, sembrano avanzare impercettibilmente. È lo spostamento relativo degli oggetti che il nostro cervello elabora come informazione cruciale sulla distanza e sulla profondità dello spazio circostante.

Questa essenziale percezione della profondità era, negli anni Trenta, la frontiera tecnica che gli animatori Disney cercavano di superare. Fino ad allora, i loro mondi bidimensionali apparivano statici; i personaggi si muovevano su un piano rigido e gli sfondi erano meri elementi decorativi. Il problema cruciale risiedeva nel ricreare l’illusione della tridimensionalità su una superficie di ripresa intrinsecamente piatta. La necessità artistica di risolvere questo paradosso diede vita a una delle più grandi innovazioni tecniche dell’animazione, ovvero la macchina multipiano (multiplane camera).

L’obiettivo era semplice quanto rivoluzionario: riprodurre artificialmente questo effetto tridimensionale. L’idea si concretizzò in un’ingegnosa architettura meccanica, sviluppata a partire dai primi prototipi di Ub Iwerks nel 1933 che a sua volta perfezionava i precedenti sistemi di animazione su piani stratificati usati in Europa, come quello di Lotte Reiniger negli anni Venti.

La versione definitiva, realizzata da Bill Garity negli studi Disney, era un’imponente torre verticale, un complesso di vetro e luce calibrato con precisione millimetrica. La Multiplano era composta da una serie di lastre di vetro sovrapposte orizzontalmente, ciascuna recante un diverso componente pittorico della scena: il primo piano, i piani intermedi e l’elemento più lontano. Davanti a questa struttura, la cinepresa operava in verticale, eseguendo inquadrature con movimenti indipendenti e differenziati.

La magia risiedeva nella calibrazione dello scorrimento; infatti, la lastra più vicina all’obiettivo si muoveva più velocemente di quella centrale, che a sua volta superava l’elemento di fondo. Questa stratificazione non solo creava l’illusione ottica della profondità, ma permetteva alla scena di espandersi e contrarsi ritmicamente, trasformando il disegno in uno spazio dinamico.

Il battesimo ufficiale della telecamera multipiano avvenne con The Old Mill (1937), un cortometraggio che rientrava nella serie sperimentale Silly Symphony e che valse un Premio Oscar. Per la prima volta, i paesaggi animati mostravano peso e volume. La luce si fondeva con la scena con una leggerezza inedita, e i campi lunghi respiravano la tangibilità di un mondo reale. Pochi mesi dopo, l’innovazione fu adottata per il primo lungometraggio Disney, ovvero Biancaneve e i sette nani (1937). Boschi incantati e castelli regali cessarono di essere fondali statici per diventare spazi drammatici ed emotivi, dove ogni dettaglio partecipava attivamente al ritmo narrativo.

Oggi, l’effetto multipiano viene replicato digitalmente con pochi comandi nei software 2D e 3D. Eppure, le macchine originali conservano un innegabile fascino: sono un’eloquente dimostrazione di come una sofisticata coreografia di vetro, luce e meccanica abbia permesso ai disegni di trascendere la bidimensionalità della tela. La Multiplane Camera, la cui invenzione fu formalizzata dal Brevetto US 2,201,689 di Walter E. Disney nel 1940, resta un monumento all’ingegno e alla creatività, simboleggiando quella poesia tecnica che si manifesta quando l’immaginazione artistica sfida i limiti del medium, trasformando la staticità in profondità cinematografica.


Fonti:

Walt Disney Family Museum, “Multiplane Camera Educator Guide”

Brevetto US 2,201,689 “Art of Animation”, Walter E. Disney (1940)

Documentazione storica su Ub Iwerks e Bill Garity, prototipi e sviluppo della macchina multipiano

Analisi di The Old Mill e Biancaneve e i sette nani