
Se dobbiamo trovare il capostipite dei non-morti cannibali nel cinema, categoria ormai ben nota, allora non si può non dare un occhio a La notte dei morti viventi, un classico dell’horror nonché la primissima opera di George A. Romero, ormai riconosciuto come “il papà degli zombie”.
La notte dei morti viventi, a distanza di ben 57 anni, contiene tutti quegli elementi che così tanti film, libri, fumetti e videogiochi riprendono ancora oggi con immensa fedeltà: una giornata tranquilla che si trasforma in un progressivo incubo, i protagonisti circondati da decine di zombie assetati di sangue, il cui morso letale trasforma la vittima in un loro simile, e la costante paura dei personaggi rintanati in una casa nella vana speranza di sopravvivere.
Una paura che mette in mostra una certa umanità, innocentemente egoistica ma che porta all’inevitabile dipartita dei personaggi. Forse è per questo che George Romero, afflitto da un forte nichilismo, non prende favoritismi verso i suoi personaggi: non cerca mai una figura dove ci si possa un minimo immedesimare, restando così sempre a distanza e costringendo lo spettatore ad essere un semplice testimone inerme di fronte al lento delirio dei personaggi.
Ma è anche curioso vedere La notte dei morti viventi e notare altri dettagli imposti da Romero che raramente vengono riportati nella rappresentazione zombie odierna nei media: la paura delle creature per il fuoco, oppure la loro abilità di afferrare oggetti per sfruttarli a proprio vantaggio, che siano una roccia o addirittura un coltello.
Potrà sembrare stridente agli occhi odierni, considerato quanto ormai siamo abituati ad un certo immaginario zombie, ma al tempo stesso accresce un certo fascino di fronte a questa pellicola. Un film così semplice nella stesura narrativa (a cui si aggiunge un sottile sottotesto culturale degli anni Sessanta americani), nella costruzione della suspence ma che riesce ad essere incredibilmente efficace e raccapricciante








