Gemello Digitale

Negli ultimi anni il confine tra presenza fisica e presenza digitale si è fatto sempre più sottile. La recente operazione finanziaria che riguarda Khaby Lame si inserisce proprio in questo scenario. L’ex operaio di Chivasso, diventato uno dei volti più riconoscibili dei social media grazie ai suoi video senza parole, ha siglato il 9 gennaio 2026 un accordo storico da 975 milioni di dollari con la holding Rich Sparkle di Hong Kong. Secondo alcune ricostruzioni, l’accordo includerebbe anche lo sviluppo di una versione digitale della sua immagine, basata su strumenti di intelligenza artificiale.

In concreto, si tratterebbe quindi della creazione di un gemello virtuale (AI Digital Twin), capace di riprodurre il suo volto e le sue espressioni, generando contenuti in modo continuativo e in diverse lingue. Una soluzione che permetterebbe la generazione di nuovi  contenuti senza richiedere la presenza costante dell’autore.

Sebbene Khaby mantenga un ruolo operativo e una quota di controllo, la sua “persona” è diventata ufficialmente un asset tecnologico scalabile, indipendente dai suoi limiti biologici e decisionali.

Non mancano le domande. Chi è responsabile dei contenuti generati da un modello digitale? Quanto resta centrale la persona rispetto alla sua rappresentazione? E come cambierà il rapporto tra autenticità e performance?

L’idea di “replicare” un artista non è nuova nell’immaginario culturale. Il film The Congress (2013)1, ad esempio, racconta la storia di un’attrice che accetta di digitalizzare completamente la propria immagine per essere sostituita da un avatar.

Ad ogni modo se nel cinema questa scelta assume toni distopici, nella realtà attuale può essere letta in modi diversi: come opportunità tecnologica ma anche come rischio di sostituzione.

Infatti, a differenza di Khaby Lame che sta abbracciando la frontiera del “gemello digitale”, Hollywood sta vivendo una vera e propria rivolta contro questo scenario.

Proprio all’inizio del 2026, oltre 800 professionisti del settore creativo hanno lanciato una massiccia campagna anti-IA, accusando le Big Tech di “furto” per aver addestrato i modelli sui loro lavori senza consenso.

Vari attori, tra cui Robert Downey Jr. e Nicolas Cage hanno dichiarato pubblicamente che faranno causa a chiunque provi a replicare la loro immagine sia durante la loro vita sia dopo la loro morte.

Dal punto di vista filosofico, la questione tocca il tema dell’identità personale. Per il filosofo John Locke2 l’identità coincide con la continuità della coscienza; in questa prospettiva, una replica digitale non sarebbe la persona, ma solo una rappresentazione.

Altri filosofi, come Derek Parfit3, hanno sostenuto che l’identità sia legata soprattutto alla continuità psicologica e narrativa. In questo caso, una simulazione molto sofisticata potrebbe apparire come un’estensione funzionale dell’individuo, pur restando distinta da esso.

Al di là delle teorie, il punto centrale riguarda l’evoluzione dell’economia dell’immagine. I creatori di contenuti e gli influencers non vendono più soltanto il proprio tempo o la propria attenzione, ma possono arrivare a monetizzare la riproducibilità della propria “esistenza”.

Per questo motivo, a livello giuridico, nonostante ci sia una forte opposizione da parte di chi vorrebbe un mercato libero e senza regole, di fronte a queste trasformazioni, alcune istituzioni stanno già intervenendo.

L’Unione Europea ha approvato a maggio 2024 la prima normativa organica dedicata all’intelligenza artificiale chiamata l’AI Act4. Il regolamento, pienamente operativo dal 2026, introduce obblighi di trasparenza per i contenuti sintetici, imponendo che i deepfake siano chiaramente identificabili come tali. 

Questo significa che il “gemello” di Khaby sarà obbligato a dichiarare ogni sua apparizione come generata artificialmente.

Inoltre, attraverso il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), i dati biometrici, sono considerati informazioni particolarmente sensibili e quindi soggette a tutele rafforzate.

Mentre l’approccio europeo si distingue per una logica precauzionale, volta a normare il campo prima che i rischi sistemici diventino irreversibili, il modello statunitense appare storicamente più reattivo, intervenendo spesso ex post, a danno già avvenuto.

Tuttavia, la consapevolezza che l’identità digitale sia un bene da proteggere non è una prerogativa dell’Unione Europea: nazioni come la Cina e il Canada hanno recentemente introdotto protocolli rigorosi sull’etichettatura dei cloni digitali, segnalando una convergenza globale sulla necessità di trasparenza.

L’obiettivo infatti non è bloccare il progresso, ma bilanciare innovazione e diritti fondamentali, evitando che l’identità personale diventi oggetto di uso incontrollato.


Note:

  1. The Congress (2013) – Film di Ari Folman che esplora la digitalizzazione dell’identità e la sostituzione dell’attore con un avatar digitale. ↩︎
  2. John Locke (1632-1704) – Filosofo inglese, noto per la teoria secondo cui l’identità personale si fonda sulla continuità della coscienza. ↩︎
  3. Derek Parfit (1942-2017) – Filosofo britannico che ha elaborato una concezione dell’identità basata sulla continuità psicologica e narrativa, piuttosto che sulla sostanza fisica. ↩︎
  4. AI Act (Regolamento UE 2024/1689) – Prima normativa organica europea sull’intelligenza artificiale, volta a garantire trasparenza, sicurezza e tutela dei dati personali, inclusi quelli biometrici. ↩︎


Illustrazione dell’articolo: La Gemella Digitale© Emanuele Mulas, frutto di lavoro digitale e manuale, supportato da AI come strumento creativo.