“Non è colpa di nessuno. A meno che non esista Dio, s’intende. Se Dio esiste, allora è colpa Sua. E quando Lo vedrò, ho intenzione di dargli un calcio nelle palle.”

Quando Stephen King decise di riscrivere l’Apocalisse, ne uscì un libro particolare. Un virus mortale, pochi sopravvissuti e due voci che parlano nei sogni, lo scrittore del Maine prende questi elementi e ci costruisce un’intera civiltà. Pubblicato per la prima volta nel 1978 e successivamente in un’edizione integrale nel 1990, L’ombra dello scorpione, il cui titolo originale è The Stand, rappresenta forse il tentativo più ambizioso di Stephen King, anche più di The Dark Tower, ossia raccontare la fine del mondo e la sua faticosa ricostruzione in quasi mille pagine che diventano un viaggio epico nell’animo umano.
Tutto inizia con la diffusione di un virus militare sfuggito al controllo, il Capitan Trips, che in poche settimane stermina quasi l’intera popolazione mondiale. I pochi sopravvissuti, immuni per ragioni misteriose, iniziano a fare sogni ricorrenti, da una parte una dolce anziana donna nera, Madre Abagail, simbolo di fede e speranza; dall’altra un uomo oscuro e carismatico, Randall Flagg.
I superstiti quindi si dividono in due comunità:
- A Boulder in Colorado, guidati spiritualmente da Madre Abagail, dove cercano di ricostruire una società fondata sulla cooperazione.
- A Las Vegas, sotto il dominio di Randall Flagg, nasce invece un regime fondato sulla paura, sulla violenza e sull’adorazione del potere.

Il libro è un immenso on the road attraverso un’America spettrale, fatta di autostrade intasate da cadaveri e città silenziose. È un’epopea biblica travestita da horror fantascientifico, dove la tecnologia è fallita e l’unica cosa che conta è la morale umana.
Le domande che attraversano ogni pagina sono sottili e inquietanti:
Bene e male sono poi così distinti? I buoni di Boulder, con la loro democrazia faticosa e i loro conflitti interni, sono davvero migliori dei cattivi di Las Vegas? O forse, come suggerisce l’autore, la violenza è intrinseca nella natura umana a prescindere dalla fazione scelta?
Il riferimento biblico è costante, Madre Abagail è una nuova Noè, Flagg è Satana, e il viaggio verso Boulder diventa una nuova marcia verso la Terra Promessa.
King non racconta solo la distruzione del mondo, ma la tentazione dell’uomo di distruggersi da solo. La vera domanda non è “chi sopravvive?”, ma “che tipo di mondo sceglieremo di ricostruire?”.

Qui il romanzo diventa fondamentale per comprendere il cosiddetto Kingverse.
Randall Flagg non è solo il villain di questo libro, è una delle molteplici incarnazioni dell’Uomo in Nero, l’arcinemico di Roland di Gilead del libro The Dark Tower. Nella saga lo ritroviamo con i nomi di Walter o’Dim, Marten Broadcloak o Richard Fannin. La sua presenza getta un ponte diretto tra il mondo devastato di Capitan Trips e il Medio-Mondo del pistolero. La città di Topeka, che nel romanzo viene sterminata dal virus, ricompare come tappa del viaggio di Roland e dei suoi compagni.
Flagg compare anche in Gli occhi del drago, dove è ancora una volta manipolatore e seminatore di caos, dimostrando che la sua presenza attraversa epoche e universi.
Lo Shining, la luccicanza, viene menzionato da Madre Abagail per descrivere i suoi poteri telepatici, collegando il romanzo a Shining e Doctor Sleep.
In questo senso, L’ombra dello scorpione non è solo un romanzo isolato, è una colonna portante del multiverso di King, un testo-chiave che anticipa e rafforza la mitologia della Torre.
Se esiste un libro in grado di farti sentire contemporaneamente la disperazione della fine e la gioia di un nuovo inizio, quel libro è L’ombra dello scorpione.


