Non è Capodanno se lo decidi tu; è Capodanno quando il sole, dopo aver attraversato il deserto dell’inverno, decide di mettere un piede nell’ariete.
Questa è la frase che i nonni iraniani sussurrano ai nipoti mentre osservano il cielo nei minuti che precedono l’equinozio di primavera. Perché il Nowruz, letteralmente nuovo giorno in lingua persiana, non si festeggia a mezzanotte secondo un orario umano. Si aspetta. Si aspetta con il fiato sospeso, con la tavola imbandita, con le monetine negli zaini dei bambini e il pesce rosso che gira nella sua ciotola. Si aspetta che il sole attraversi l’equatore celeste e, in quell’attimo preciso calcolato con secoli di anticipo dagli astronomi, il mondo intero, per chi parla persiano, per chi vive tra il Caucaso e l’Asia centrale, per chi porta nel sangue le tradizioni dell’impero achemenide, ricomincia.
Ma ridurlo a una data sarebbe un errore. Nowruz è antico quanto la civiltà stessa, che dura da oltre tremila anni.
Il Nowruz è il Capodanno persiano. Ma definirlo Capodanno è riduttivo come definire l’oceano un po’ d’acqua. Il Nowruz è una cosmogenesi in miniatura, una celebrazione che dura tredici giorni, in cui ogni gesto, ogni cibo, ogni posizione degli oggetti sulla tavola racconta la storia della creazione, della vittoria della luce sulle tenebre e del patto eterno tra l’uomo e la terra.

Nowruz è il primo giorno del calendario solare iraniano e inaugura un ciclo di celebrazioni che dura circa 13 giorni. È una festa di rinascita, della natura, delle relazioni, della speranza.
Le radici del Nowruz affondano in un passato remotissimo, probabilmente oltre 3.000 anni fa, con legami allo Zoroastrismo e perfino a civiltà ancora più antiche come quelle mesopotamiche.
Era una celebrazione legata ai cicli agricoli e al ritorno della luce, quando la natura si risveglia, anche l’uomo può ricominciare. Non a caso, il suo significato più profondo è universale, equilibrio, rinnovamento, vittoria della luce sulle tenebre.
In Iran, è la festa più importante dell’anno, tutto si ferma e il paese si trasforma.
In Afghanistan e in Uzbekistan, si mescola con tradizioni locali, danze e piatti tipici.
Tra i curdi assume anche un significato identitario e politico.
Nella diaspora diventa un modo per restare legati alle proprie radici.
Il calendario cambia leggermente da luogo a luogo, perché tutto dipende dal momento preciso dell’equinozio.
Prepararsi al Nowruz non è questione di un giorno. È un processo che inizia settimane prima, quasi come se l’inverno fosse un lungo corridoio che conduce a una porta e quella porta va spalancata con cura.
Si inizia con il Khaneh Tekani, che letteralmente significa scuotere la casa. È il rito della pulizia totale. Non si tratta delle normali pulizie di primavera, è una purificazione rituale. Ogni angolo, ogni tappeto, ogni oggetto dimenticato in cantina viene ripulito.
Simbolicamente, si spazzano via le energie negative accumulate nell’anno vecchio per fare spazio al nuovo.
Poi si continua con il Sabzeh.
Almeno due settimane prima, ogni famiglia mette a mollo dei semi di grano, lenticchie o erba medica in un piatto. Ogni giorno si bagna, si cura, si osserva. L’erba cresce, verde e rigogliosa, diventando il simbolo più potente del Nowruz, la vita che trionfa sul buio dell’inverno. Nessun altro capodanno al mondo ha un countdown così verde.

Il cuore visivo del Nowruz è però la tavola chiamata Haft Sin, composta da sette elementi che iniziano con la lettera persiana S. Ognuno rappresenta un valore:
• Sabzeh, germogli di grano o lenticchie, simboleggiano la rinascita e il rinvigorimento della natura.
• Samanu, budino di grano, rappresenta la forza e il potere che derivano dal lavoro e dalla pazienza.
• Senjed, frutto dell’olivastro, simbolo dell’amore e della saggezza.
• Serkeh, aceto, rappresenta la pazienza e l’accettazione dei cambiamenti della vita.
• Seeb, mela, il simbolo universale della bellezza e della salute.
• Seer, aglio, rappresenta la medicina e l’auto-cura, ma anche la protezione contro il male.
• Somagh, sommacco, il colore dell’alba, che simboleggia la vittoria della luce sul buio.
Questa tavola non è decorazione, è un linguaggio simbolico, una promessa per l’anno che inizia.
Un nuovo anno che non sempre può essere festeggiato.
Il Nowruz è nato per celebrare la vita, ma non sempre le condizioni permettono di viverlo pienamente.
In Iran, quest’anno il clima è segnato da tensioni e difficoltà, e per molti il Nowruz non sarà una festa come le altre.
Le immagini che arrivano da Teheran, Shiraz, Esfahan e dalle migliaia di città e villaggi che per secoli hanno custodito questa tradizione raccontano di un Nowruz in ombra. In questi giorni il popolo iraniano sta attraversando una delle sue notti più lunghe. Le difficoltà economiche, le tensioni sociali, le speranze soffocate e il peso di un inverno che non è stato solo climatico hanno trasformato la preparazione alla festa in qualcosa di diverso.
Eppure, proprio perché Nowruz è sopravvissuto a millenni di cambiamenti, guerre e trasformazioni, il suo significato resta intatto: la speranza.
Quest’anno sarà più sommesso.
Ma come ogni primavera, tornerà.
E si può solo sperare che il prossimo Nowruz sia davvero, per tutti, un nuovo giorno migliore. Nowruz mobarak, ovunque voi siate. E a chi quest’anno non può festeggiare: tenete accesa la candela. La primavera aspetta.


