
Checco Zalone è tornato al cinema con Buen Camino, e le sale italiane si sono riempite di risate e applausi. Ma dietro il volto sorridente di Luca Medici e la regia di Gennaro Nunziante si nasconde uno stile pensato per conquistare subito il pubblico, spesso a scapito di minoranze, differenze culturali e sensibilità complesse.
Ancora una volta, il film conferma che l’umorismo popolare italiano preferisce formule consolidate, ignorando il messaggio che lascia alla società.
I numeri parlano da soli. Quo Vado? rimane uno dei film italiani di maggiore incasso, con oltre 65 milioni di euro al box office, e Sole a catinelle si avvicina ai 50 milioni; Buen Camino ha esordito a fine 2025 con un incasso giornaliero superiore ai 5 milioni. Ma la forza dei dati non esaurisce la questione.
Il cuore della critica non è la popolarità, ma la natura della risata che questi film producono. Le sequenze umoristiche si fondano spesso su stereotipi immediatamente riconoscibili: il migrante ingenuo, l’italiano provinciale, il collega fannullone.
In Tolo Tolo, ad esempio, la vicenda si dipana lungo la rotta migratoria verso l’Europa, ma la risata tende a soffocare la tragedia alla base del fenomeno, riducendo personaggi complessi a macchiette che “fanno ridere” senza quasi mai invitare alla riflessione profonda.
Sempre in Tolo Tolo, il trailer e la canzone promozionale “Immigrato” scatenarono polemiche perché il linguaggio giocava su stereotipi vulnerabili, generando reazioni contrastanti tra chi li percepiva come satira e chi li considerava “involontariamente” razzisti.
Oltre alle dinamiche etniche, si può discutere di come alcune situazioni narrative riproducano rappresentazioni semplificate di genere o ruoli sociali. Categorie come donne, lavoratori migranti o persone di culture diverse vengono talvolta tratteggiate in modo funzionale alla battuta, più che come personaggi a tutto tondo, rinforzando aspettative e pregiudizi piuttosto che destabilizzarli.
Il “politicamente scorretto” è spesso difeso come una forma di libertà creativa. Ma quando la provocazione si fa prevedibile e ricorrente, smette di essere critica e finisce per diventare consolidante: si ride perché si riconosce il cliché, non perché si è chiamati a mettere in discussione le proprie convinzioni.
In questo senso, il cinema di Zalone e Nunziante ricalca una deriva già vista nella commedia commerciale italiana, quella dei celebri cinepanettoni di Christian De Sica e Massimo Boldi, che tra anni Ottanta e Duemila costruivano il loro humor su una comicità superficiale, ripetitiva e facilmente riconoscibile, progettata per massimizzare il gradimento senza essere troppo impegnativa.
In pratica, si legittima la volgarità che esalta l’italiano medio, permettendogli di deridere e offendere senza alcuna conseguenza.
Non si tratta di demonizzare la risata. Ridere è umano, parte integrante della cultura. Il problema nasce quando la risata diventa automatica, premiando comportamenti discutibili e rafforzando stereotipi, mentre la funzione critica del cinema, come specchio e agente di riflessione sociale, si perde.
La domanda non è se ridere sia giusto, ma di chi e perché ridiamo, e cosa quella risata rivela di noi. Una risata inconsapevole non è mai neutra: parla della società che la produce, dei suoi pregiudizi e delle sue vie di fuga da una riflessione più profonda.







