Ritratti di Ombre: intervista a Claudia Mandas tra poesia, letteratura e memoria

“La letteratura è il luogo dove il silenzio impara a parlare e le parole smettono di avere paura.”

Ho conosciuto Claudia quasi per caso, durante una sua visita alla Panchina dell’Amore, situata davanti alla secolare chiesa di San Platano. La sua fotografia mi giunse mentre camminavo e, poco dopo, dopo averle dedicato (a lei e alla sua compagnia) un passo di Luis Borges, compresi con grande entusiasmo che si trattava, come me, di un’insegnante e scrittrice che, per di più, abitava nel mio stesso paese.

Da quel momento ho avuto il piacere di incontrarla in diversi eventi letterari e poetici, organizzati a Villaspeciosa e nei dintorni, potendo così apprezzare sempre più il suo profondo amore per la poesia e la letteratura, un amore che, per esperienza personale, non nasce quasi mai per ambizione ma per necessità.

Spinto dalla curiosità verso la sua nuova opera, Ritratti di Ombre, edito dalla casa editrice Il Maestrale, e dal desiderio di comprendere meglio il suo pensiero, ho deciso di realizzare questa intervista, augurandole un grosso “in bocca al lupo” per il suo futuro di insegnante e soprattutto di scrittrice.

Buongiorno Claudia, per iniziare, potresti presentarti ai nostri lettori?
Ciao a tutti e a tutte. Mi chiamo Claudia Mandas, ho 45 anni, sono insegnante di lettere e vivo a Villaspeciosa, un paese bellissimo.

Che cosa rappresentano per te la poesia e la letteratura?
Per me la poesia e la letteratura costituiscono un bisogno. Sono uno strumento artistico e creativo, catartico. La parola ha in sé un valore magico, quasi mistico, capace di proiettarci in un altrove: è lo spazio dell’immaginazione, è il senza tempo. Per me questo è un varco che mi permette di stare bene e di appagare una necessità viscerale.

Quando hai cominciato a scrivere e cosa ti ha spinta a farlo?
Ho iniziato a scrivere da bambina. Ci sono stati momenti della mia vita in cui ho abbandonato la parola scritta perché mi sentivo troppo presa dal turbinio della vita moderna. Quando sono riuscita a tornare al mio silenzio, e quindi allo spazio della scrittura, mi sono sentita subito meglio. Attorno a me si è creato un alone di gioia e di profondo appagamento.

Ricordi un momento preciso o delle sensazioni particolari legate ai tuoi esordi?
I ricordi più belli sono legati alla mia ultima opera, Ritratti di Ombre, e riguardano un luogo specifico: il Cimitero Monumentale di Bonaria. Rammento che, quando ho varcato per la prima volta la soglia del campo santo, ho provato una sensazione speciale. Per me è stato un atto di abbandono alle ombre di questo luogo così incantato, evocativo e profondamente poetico.

Parlaci della tua nuova opera, Ritratti di Ombre. Perché questo titolo? Quali sono le tematiche principali e quale messaggio desideri trasmettere?
La scelta del titolo è stata meditata. Ritratti, perché non c’è alcuna pretesa di una ricostruzione storica perfetta, anche se nella maggior parte dei casi parto da dati reali. Ho studiato a lungo il Cimitero di Bonaria e seguito percorsi culturali organizzati al suo interno. Tuttavia, non si può avere la presunzione di raccontare in modo fotografico e fedele ciò che è accaduto a un’anima o a un’ombra. La letteratura, come afferma Giorgio Manganelli, è spesso una menzogna: l’ombra della verità, o forse una verità soggettiva. L’ombra ha a che fare con la persona, l’oggetto, ma non è la persona o l’oggetto stesso; ne è però intimamente connessa. Ombre diventa così la metafora perfetta di questa mia idea di letteratura, con i suoi molteplici significati, e rappresenta allegoricamente la vita in un mondo oltre. Il termine richiama anche il racconto omonimo di Edgar Allan Poe, che parla di un’ombra dai volti e dai linguaggi infiniti. Con questa opera, ho voluto partire da una singola ombra per rappresentare, con respiro universale, molte altre anime che riposano nel Cimitero di Bonaria, affrontando il tema della morte, ancora oggi, considerato un tabù.

C’è un passaggio del libro che ritieni centrale o rappresentativo del tuo mondo interiore?
Sì, ce n’è uno che sento particolarmente mio, anche se sono profondamente affezionata a tutte le ombre che ho voluto rappresentare e raccontare in questo libro. Non a caso le definisco, nei ringraziamenti, delle “sorelle”. L’opera è composta da venticinque racconti o monologhi, ciascuno preceduto da una poesia. Ogni racconto-monologo porta come titolo il nome dell’anima e dell’ombra che si racconta: Guido, Efisinu, Mariuccia, Antioco e così via. Tra questi, ce n’è uno che sento particolarmente forte. Si riferisce a un gruppo di donne – quelle che non hanno avuto figli – la cui presenza nel campo santo ho avvertito come intensa e significativa, proprio perché sulle loro epigrafi non comparivano diciture come “Madre amatissima” o “Madre devota”.

Quali sono le autrici o gli autori che ti hanno influenzata di più? La realizzazione di questo libro è stata ispirata da qualcuno in particolare?
Ci sono molti autori e autrici che mi hanno ispirata. Tra gli studi storici, devo citare Mauro Dadea e la sua bellissima opera Memoriae, fonte di grande ispirazione. Importanti anche Gianfranco Murtas, Francesco e Roberto Cherchi con Prima del buio dedicato a Giuseppe Sartorio, e naturalmente lo stesso Sartorio, fonte di ispirazione imprescindibile non per le parole, ma per i monumenti straordinari che ha scolpito nel cimitero. Non posso poi dimenticare Nicola Castangia, le cui fotografie del Cimitero Monumentale di Bonaria sono state preziose, e il collettivo Luxi. Tra i grandi della letteratura, ho un debole per Fernando Pessoa, Giorgio Manganelli, Sergio Corazzini e Edgar Allan Poe.

Come descriveresti il tuo stile di scrittura?
È una domanda difficile, perché autodefinirsi lo è sempre. Credo che la mia scrittura sia una prosa profondamente legata al versificare della poesia. Parto spesso dai versi e poi costruisco una prosa che ne raccoglie e sviluppa il senso. In me c’è una tendenza al naufragio, al precipitare nei temi e in un altrove poetico. Amo indugiare nel segreto, lavorare la parola in modo irregolare, cercando una scrittura che non sia immediata, ma che suggerisca, evochi e trasgredisca.

Secondo te, quale ruolo riveste oggi una scrittrice nella società contemporanea?
Ritengo che abbia un compito importante, soprattutto in tempi veloci come i nostri. Bisogna rievocare la lentezza, il silenzio tramite le parole. Stimolare l’ascolto di sé e dell’Altro. Gli autori e le autrici dovrebbero aiutare, attraverso la lettura delle loro opere, a riconnettersi con il prossimo.

Qual è il tuo “sogno nel cassetto”?
Continuare a far bruciare questa scintilla, il bisogno di scrivere. Il mio sogno è che questo desiderio duri a lungo e continui a essere il pane della mia anima.

Due passi del libro Ritratti di Ombre

(1) “È naturale non sapere le cose, Efisino. Sai, è anche un fatto bello, in alcuni casi. Quando si cresce e se ne sanno tante, anche troppe, si preferirebbe tornare indietro per non saperle più.”

Efisino di nuovo annuì, stavolta senza aver capito. La testa gli pesava e incominciava a ciondolargli verso il basso, sempre più giù, sempre più …

(2) Nessuno lo sa, dove finisce il mare.

A occhio nudo nessun uomo o nave ci potrà mai arrivare.

[…]

Nella mia profondità più oscura non esiste polvere.

Abita un tempo lontano, un luogo abbandonato, un Cimitero dei coralli dimenticato.

I fiori non si posso portare alle anime tra gli abissi del mare.

Ritratti di Ombre, Il Maestrale, Nuoro, 2025.