Il tredicesimo giorno, il mondo non finisce: ricomincia tra il verde dei prati e il mormorio dei ruscelli.
Il Sizdah Bedar è una delle celebrazioni più poetiche della cultura persiana: cade tredici giorni dopo il Nowruz, il capodanno persiano, e rappresenta la chiusura di un ciclo festivo lungo quasi due settimane. È conosciuto anche come giorno della natura e invita tutti a fare una cosa semplice ma profondissima: uscire all’aria aperta, insieme.

Il Sizdah Bedar cade il 13° giorno del mese di Farvardin. Nell’antica cosmologia zoroastriana, il numero 13 era considerato portatore di caos e instabilità. Per evitare che la sfortuna rimanesse chiusa tra le mura domestiche, le persone iniziarono a uscire all’aperto, cercando protezione nella natura.
Le sue origini affondano nel mito, si dice che in questo giorno si celebrasse Tishtrya, la divinità della pioggia, invocata per benedire i campi e garantire un raccolto abbondante. È una festa che trasforma il timore della superstizione in un inno alla vita all’aria aperta.
Letteralmente significa tredici fuori: un invito simbolico ad abbandonare le mura domestiche per evitare la sfortuna associata al numero 13 e iniziare l’anno con energia positiva.
Famiglie e amici si riuniscono in parchi, campagne o lungo i fiumi per fare picnic, giocare, cantare e vivere la natura come spazio di rinascita.

La parola d’ordine è picnic. Città intere si svuotano e i parchi si riempiono di tappeti stesi, spiedini di joojeh kabab che sfrigolano e il profumo pungente dell’ Ash Reshteh, una zuppa densa di erbe e legumi. Ma non è solo cibo; è un rito collettivo fatto di giochi, risate e gesti simbolici.
Il ritorno alla terra: Il cuore del rito consiste nel gettare il Sabzeh, i germogli coltivati sul tavolo del Nowruz, in un corso d’acqua corrente. Si crede che l’erba abbia assorbito tutte le malattie e le sfortune accumulate dalla famiglia durante l’anno; affidandola all’acqua, ci si purifica.
Il nodo del destino: Le giovani donne e i single intrecciano i fili d’erba, Sabzeh Gereh, esprimendo il desiderio di trovare l’amore o di veder realizzati i propri sogni entro l’anno successivo.
Sebbene l’anima del Sizdah Bedar sia iraniana, la celebrazione cambia sfumature a seconda di dove ci si trova:
- In Iran: È un’invasione gioiosa di ogni spazio verde, dai piedi dei monti Alborz ai giardini di Shiraz.
- Nella Diaspora (Europa e USA): Diventa un momento di identità culturale. Nei parchi di Los Angeles, Londra o Milano, le comunità si riuniscono per mantenere vivo il legame con le proprie radici, spesso adattando i piatti tipici agli ingredienti locali ma mantenendo intatto lo spirito del picnic.
- In Afghanistan e Asia Centrale: Esistono varianti simili legate alla primavera, dove il focus è più sportivo (come il Buzkashi) o legato a mercati stagionali.
Il Sizdah Bedar è l’atto finale del Nowruz ma esso vive nel riflesso dell’Haft-Sin, la tavola dei sette elementi del capodanno persiano. Durante il Sizdah Bedar, soprattutto il Sabzeh assume un ruolo centrale, viene lasciato andare, come a dire che il passato è ormai sciolto nell’acqua del tempo.
Quest’anno, tuttavia, il vento della primavera soffia su campi che restano tristemente vuoti. Per gli ovvi e dolorosi motivi che stanno lacerando il tessuto sociale e politico dell’Iran, le celebrazioni del Sizdah Bedar non potranno svolgersi con la consueta leggerezza. La gioia del picnic è soffocata dal peso delle restrizioni, della crisi e del dolore che molti cittadini stanno vivendo sulla propria pelle.
Nonostante il silenzio forzato nei parchi di Teheran e delle altre città, il Sizdah Bedar rimane un simbolo di resilienza. L’augurio è che l’erba intrecciata quest’anno possa portare non solo desideri personali, ma un soffio di libertà collettiva. Che il prossimo anno il 13° giorno sia davvero una liberazione, e che ogni famiglia possa tornare a sorridere sotto il sole di una primavera finalmente serena.


