
Con Strange Harvest, Stuart Ortiz ci trascina dentro un labirinto di immagini, suoni e bugie dove il confine tra realtà e finzione si frantuma a ogni scena.
Presentato come un falso documentario, il film segue un gruppo di investigatori alle prese con una serie di omicidi che sembrano avere origini rituali. Ma dietro la patina da true crime si nasconde qualcosa di più oscuro: una riflessione sul bisogno umano di dare un volto al male, anche quando il male è invisibile.
Ortiz costruisce un racconto inquietante, girato come un reportage disturbato, tra filmati d’archivio, interviste e frammenti di indagini.
L’effetto è spiazzante: lo spettatore diventa testimone impotente di un’indagine che sfugge di mano, dove ogni prova sembra smentire la precedente. «Ogni volta che pensi di aver trovato la verità», dice uno dei protagonisti, «è lei che ti guarda e ride».
È in questa frase che il film trova la sua essenza: la verità non libera, ma confonde.
La regia alterna immagini digitali fredde a riprese più analogiche di stampo amatoriale, quasi da VHS, creando un senso di disorientamento costante.
La fotografia opaca e il suono sporco amplificano l’angoscia di un mondo che sembra andare in rovina. Non ci sono mostri evidenti né eroi, solo persone comuni che si muovono in un racconto che sembra riscriversi da solo.
Strange Harvest non cerca di spaventare con colpi di scena, ma con la sensazione persistente che tutto ciò che stiamo vedendo possa essere vero.
È un horror mentale, un esperimento narrativo che parla della nostra ossessione per le storie “reali”, del bisogno di credere a qualcosa anche quando la realtà si rifiuta di collaborare.
Il film di Ortiz lascia addosso un’inquietudine sottile, quella che arriva dopo la visione, quando le luci si accendono e restiamo soli a chiederci se il mostro fosse davvero lì fuori o dentro la lente che ha ripreso tutto








