
Non serve una stanza chiusa per sentirsi in trappola, la ribellione più grande è filmare l’attesa lungo una strada, dove ogni passante è un giudice e ogni rumore è una minaccia.
Un semplice incidente, in lingua persiana یک تصادف ساده, ultima fatica di Jafar Panahi non è solo un film, è un manifesto di resistenza cinematografica, il primo girato dal regista iraniano dopo la sua incarcerazione nel carcere di Evin.
Il film prende avvio da un evento banale, quasi insignificante, un incidente quotidiano, privo di spettacolarità, che coinvolge persone comuni. Ma come spesso accade nel cinema di Panahi, ciò che conta non è l’atto in sé, bensì ciò che rivela. L’episodio diventa una miccia che accende una catena di conseguenze morali, sociali e politiche, facendo emergere tensioni latenti e fragilità individuali.
Una notte, un uomo con una protesi alla gamba sta guidando insieme alla moglie incinta e alla figlia quando investe accidentalmente un cane e viene costretto a fermarsi. Il danno al veicolo lo costringe a fermarsi in un’officina, dove il meccanico Vahid resta turbato da un dettaglio inquietante, il rumore metallico della gamba artificiale e l’andatura trascinata dell’uomo gli ricordano Eghbal, il carceriere che anni prima lo aveva torturato durante la prigionia politica. All’epoca i detenuti erano bendati, e quel suono è rimasto l’unico possibile indizio.
Diviso tra dubbio e ossessione, Vahid decide di rapire l’uomo per scoprire la verità. Nel tentativo di confermarne l’identità, coinvolge altri ex prigionieri, tra cui Shiva, oggi fotografa, e Salar, libraio. Insieme si ritrovano a fare i conti con una memoria condivisa fatta di traumi, silenzi e ferite mai rimarginate, mentre la ricerca di giustizia rischia di trasformarsi in qualcosa di molto più ambiguo.

Panahi, che spesso appare nei suoi film o ne resta l’occhio invisibile ma onnipresente, usa l’incidente come un buco della serratura. Attraverso la disputa su chi abbia torto e chi ragione, emergono i volti di un’umanità variegata. Il semplice incidente della storia diventa così il pretesto per esplorare le gerarchie sociali e la sottile linea tra verità e menzogna in un sistema dove la sincerità può essere una colpa.
I protagonisti sono uomini e donne qualunque, figure ordinarie intrappolate in una rete di regole non scritte, paure interiorizzate e compromessi forzati.
Ancora una volta, Panahi trasforma il quotidiano in un atto di resistenza, dimostrando come il cinema possa essere profondamente politico senza mai diventare didascalico.
Con questo film, Panahi dimostra ancora una volta di saper fare grande cinema con il nulla. La regia è asciutta, quasi in tempo reale. Nonostante le restrizioni che lo hanno colpito negli anni, il suo film non è mai critico, ma resta intriso di un’ironia sottile e di una profonda pietà per i suoi personaggi.
Un’opera di un’intelligenza cristallina. Panahi trasforma la banalità del quotidiano in un thriller psicologico, ricordandoci che ogni piccolo scontro è, in realtà, un grande incontro di storie.









