Parlare di Una separazione è immergersi in un capolavoro del cinema contemporaneo. È un film che va oltre la semplice storia per diventare un affresco universale sull’essere umano.

Il regista Asghar Farhadi è senza dubbio uno dei più acuti e celebrati registi iraniani sulla scena internazionale.

Il suo stile è caratterizzato da un realismo profondo e da uno stile morale che non presenta mai cattivi assoluti o buoni puri, al contrario esplora quei personaggi grigi dimostrando come persone perbene possano, sotto pressione, compiere azioni discutibili.

Le sue storie e i suoi personaggi sono così verosimili da far dimenticare allo spettatore che sta guardando un film.

Farhadi racconta l’Iran di oggi non in modo politico diretto ma attraverso le sue tensioni sociali. Le sue storie mettono a nudo le fratture di classe, il conflitto tra tradizione e modernità e le complesse relazioni tra uomini e donne all’interno della società iraniana.

Una separazione, in lingua originale جدایی نادر از سیمین, è tra le sue migliori opere, un film che gli ha consentito di ricevere l’Oscar per il miglior film straniero nel 2012, consacrandolo a livello globale.



La storia ruota attorno a una coppia benestante di Teheran, Nader e Simin.

Simin desidera lasciare l’Iran per garantire un futuro migliore alla figlia Termeh ma Nader si rifiuta di partire perché deve prendersi cura del padre anziano, affetto da Alzheimer.

Di fronte a questo rifiuto Simin chiede il divorzio, ma il giudice rifiuta; decide quindi di andare a vivere dai genitori, mentre Termeh rimane con il padre.

Nader, rimasto solo con la figlia e il padre malato, assume Razieh, una donna religiosa e di umili condizioni, come badante.

Un giorno, Nader e Razieh hanno un violento alterco. Nader accusa Razieh di aver legato il padre al letto e di aver rubato dei soldi; nel tentativo di cacciarla di casa, la spinge fuori dalla porta. Quel gesto, apparentemente banale, ha conseguenze tragiche, Razieh ha un aborto spontaneo.

Se Nader e Simin vivono in un contesto culturalmente elevato, Razieh e il marito poco acculturati e con problemi economici basano molto la loro vita e le loro decisioni sulla religione.

Il film si trasforma da dramma familiare a vero e proprio dramma giudiziario e morale, in cui ogni personaggio ha le proprie ragioni e nessuno è completamente colpevole o innocente.

La pellicola è un vero e proprio manuale di sceneggiatura. Il film costringe continuamente lo spettatore a schierarsi, a cambiare idea, a mettere in discussione i propri giudizi. Non c’è una soluzione facile, non c’è un vincitore.

Questo film ci mostra un Iran lontano dagli stereotipi occidentali dove i vincoli religiosi, sociali ed economici pesano sulle scelte personali. È anche una metafora del paese stesso. Come la coppia protagonista anche l’Iran ha due schieramenti che tra tradizione e modernità, tra desiderio di libertà e vincoli morali.

La regia è sobria, mai invadente, e lascia che sia la forza della storia e dei personaggi a emergere, rimanendo sempre asettico e mai prendendo una parte.