La memoria è un campo minato, un passo falso e si rischia di non tornare più indietro.


Valzer con Bashir è un documentario animato del regista israeliano Ari Folman che affronta uno dei traumi più oscuri della storia recente del Medio Oriente: il massacro di Sabra e Shatila del 1982, durante l’invasione israeliana del Libano. La pellicola si sviluppa come un’indagine personale. Folman, che da giovane soldato partecipò indirettamente all’assedio di Beirut, scopre di aver rimosso quasi completamente quei giorni.

Il protagonista in una notte d’inverno del 2006 si ritrova in un bar con un vecchio amico. L’amico gli racconta di un incubo ricorrente, 26 cani feroci che lo inseguono, un trauma legato al loro servizio militare durante la Guerra del Libano del 1982.

Quel vuoto mentale non è un semplice oblio, ma una rimozione psicologica profonda. Inizia così un viaggio investigativo tra ex commilitoni e psicologi per ricostruire i frammenti della sua memoria perduta, cercando di rispondere a una domanda tormentosa, dov’era lui durante il massacro dei campi profughi di Sabra e Shatila?

La scelta dell’animazione non è un vezzo estetico, ma il cuore del progetto, i disegni fluttuanti, a tratti onirici e a tratti iperrealisti, restituiscono la natura instabile della memoria traumatica meglio di qualsiasi archivio. Sequenze iconiche, come i soldati che emergono dal mare notturno o il soldato che danza sparando in mezzo ai proiettili, uniscono bellezza e orrore in un linguaggio visivo che amplifica l’impatto emotivo. Solo nel finale l’animazione cede il passo a immagini reali, in un brusco risveglio che costringe lo spettatore a confrontarsi con la realtà storica.


Contestualmente il film si inserisce nel dibattito sulla responsabilità israeliana nei massacri compiuti dalle milizie falangiste libanesi nei campi profughi palestinesi, sotto il controllo dell’esercito israeliano. Senza mai scadere nel politico, Folman costruisce una riflessione universale sulla guerra, sulla rimozione e sulla colpa, non tanto cosa è accaduto, storicamente documentato, ma come gli individui convivono con ciò che hanno visto o lasciato accadere.

Il film quindi non è un classico war movie. Attraverso un’animazione fluida, dai toni ambrati e cupi, Folman trasforma la guerra in un’esperienza onirica e psichedelica.

Il Valzer del titolo si riferisce a una scena surreale in cui un soldato danza freneticamente tra i proiettili sotto i poster giganti di Bashir Gemayel, il leader libanese assassinato, trasformando l’orrore in una coreografia assurda. L’animazione non serve di certo a edulcorare la violenza, ma a rappresentare la natura soggettiva e distorta del trauma.


Valzer con Bashir è un’opera che riesce a fondere il giornalismo d’inchiesta con l’introspezione psicanalitica, usando il disegno per dare forma a ciò che la mente umana non riesce a elaborare. La colonna sonora di Max Richter aggiunge una malinconia solenne che accompagna lo spettatore fino al brutale finale, ede il passo alla cruda realtà delle immagini d’archivio.