Prima che la terra trattenga il respiro per il primo giorno di primavera, l’uomo deve camminare sul fuoco per ricordarsi di essere polvere e scintilla allo stesso tempo.

Questa frase, sussurrata spesso dagli anziani nelle notti di fine inverno in Persia, racchiude l’essenza di una delle celebrazioni più antiche e gioiose del mondo: il Charshanbeh Suri.


Il Charshanbeh Suri è una delle celebrazioni più suggestive del mondo persiano, una festa di luci, fiamme e rinnovamento che si svolge la sera dell’ultimo mercoledì prima del Nowruz, il Capodanno che coincide con l’equinozio di primavera. Non è solo una tradizione folkloristica, ma un rito collettivo carico di simbolismo, in cui il fuoco diventa protagonista assoluto.
Il nome stesso racconta molto: Charshanbeh che significa mercoledì, mentre Suri richiama il colore rosso o il fuoco. In pratica, è la festa del mercoledì rosso, una notte in cui si accendono falò nelle strade, nei cortili e nei villaggi.

Il gesto più iconico è saltare sopra le fiamme mentre si recita una frase rituale:
“Dammi il tuo rosso, prendi il mio pallore”
Un modo poetico per lasciare al fuoco le energie negative e assorbire vitalità, salute e luce.

Le radici del Charshanbeh Suri affondano nell’antica religione zoroastriana, dove il fuoco era il simbolo della purezza e della saggezza divina.
Simboleggia la purificazione, Il fuoco non distrugge, ma trasforma il male in bene, e il ritorno delle anime, infatti anticamente si credeva che in questi giorni gli spiriti dei defunti tornassero a visitare i vivi; i falò servivano a guidarli e ad accoglierli con calore.


Il rituale non è solo guardare le fiamme, è un’interazione fisica e spirituale. Ecco i momenti chiave:
Sorkhi-ye to az man, zardi-ye man az to: È la frase rituale che si pronuncia saltando sopra il fuoco. Significa: Il tuo rosso (forza, calore) a me, il mio giallo (malattia, pallore) a te. È uno scambio energetico con l’elemento naturale.
Qashoq-Zani, ossia il battere i cucchiai: Una sorta di dolcetto o scherzetto in versione persiana. Le persone si coprono con un velo, per non farsi riconoscere, e vanno di porta in porta battendo cucchiai contro ciotole di metallo, ricevendo in cambio dolci o frutta secca.
Kuze-Shekani, rompere la brocca: In alcune zone si rompe una vecchia brocca di terracotta contenente qualche moneta, simbolo della sfortuna che viene distrutta per lasciare spazio al nuovo.

In Iran, dove la festa è più diffusa, si celebra con grande intensità nelle strade e nei quartieri.

In paesi con diaspora persiana come Stati Uniti, Canada o Germania, la festa si adatta agli spazi urbani e alle normative, ma mantiene i falò simbolici.

In regioni come il Kurdistan, può intrecciarsi con tradizioni locali e assumere sfumature proprie.


Il Charshanbeh Suri è, in sostanza, un rito di preparazione.

Se il Nowruz celebra la nascita del nuovo anno e della primavera, il Charshanbeh Suri rappresenta il momento di pulizia simbolica che lo precede. Prima si brucia il vecchio, poi si accoglie il nuovo.

In questo senso, il fuoco diventa una soglia, non distrugge soltanto, ma trasforma.

In un mondo sempre più digitale, il Charshanbeh Suri resta profondamente fisico,fuoco, salti, rumore, comunità. È una festa che si vive con il corpo, non solo con la mente.

E forse è proprio questo il suo segreto, ricordarci, almeno per una notte, che per rinascere davvero bisogna avere il coraggio di attraversare le fiamme.

E quest’anno il fuoco del Charshanbeh Suri non ha solo bruciato le sfortune, ma ha riflesso la rabbia e il dolore di un popolo che attende una primavera che sia davvero di libertà.