
Nella storia antica, pochi simboli appaiono contrastanti come la croce. Prima di diventare il perno della cristianità, essa rappresentava il culmine del pragmatismo brutale dell’impero romano: un “supplicium servile” destinato a schiavi e ribelli, volto ad annientare la dignità umana come monito per chi sfidava la “Pax” romana. Eppure è proprio da quel contesto di rigida amministrazione imperiale che germoglia parte della nostra cultura.
La Pasqua che celebriamo oggi è un sofisticato innesto storico. Se il contenuto teologico è cristiano, la sua “cornice” è romana: fu l’imperatore Costantino, nel 325 d.C., a fissarne la datazione legandola al calendario solare. Persino i simboli più comuni, come l’uovo, derivano dall’antico detto latino “Omne vivum ex ovo”, che celebrava la rinascita primaverile della natura.
Ma l’eredità di Roma non è fatta solo di simboli, è scritta anche nel terreno che calpestiamo, come dimostra ad esempio Decimomannu. Il nome stesso del paese è un “fossile linguistico” che ci riporta alla decima pietra miliare (“Decimo ab Urbe Milliario”) sulla strada che collegava Cagliari a Sulci. Qui il passato romano non è un ricordo sfocato, ma una presenza tangibile: dai resti archeologici che affiorano dal fango fino ai canti in una lingua sarda che, per fonetica e struttura, resta la più fedele custode del latino volgare.
Dalla brutalità della croce alla precisione dei topografi che tracciarono le nostre strade, la cultura romana non è mai tramontato del tutto. Si è aggiunta e mescolata con gli usi e tradizioni locali, creando unicum che si affiancano alle tradizioni più antiche. Alcune di queste si mantengono intatte ancora oggi, altre si sono evolute e cristianizzate. Quel che è certo è che oggi siamo i custodi di tradizioni millenarie che rendono l’intera Sardegna un unicum.







