
Di recente alla Triennale di Milano ho visitato una mostra dove mi ha colpito in modo particolare una locandina di Farfa dedicata al celebre film degli anni Venti Metropolis.
Nel 1927 Fritz Lang regista austro-tedesco, realizza Metropolis, una delle più potenti visioni del futuro mai concepite nella storia del cinema. Il film è un’allegoria totale della civiltà industriale e anticipa, per intensità e immaginario, opere successive come Tempi moderni (1936) di Charlie Chaplin.
Nonostante oggi siamo abituati a una fruizione sempre più veloce e frammentata, tra video brevi e stimoli continui degli algoritmi, Metropolis resta un grande classico del cinema muto che merita di essere riscoperto.
La città che mette in scena è un organismo verticale e disumano, in cui la superficie luminosa del potere si regge su un sottosuolo di fatica, sudore e alienazione. In questo sistema la macchina non è più un semplice sfondo neutro: diventa una presenza centrale, quasi il vero soggetto della storia.
Lang costruisce una modernità spaccata in due livelli inconciliabili. Da una parte la razionalità dei dirigenti, dall’altra il corpo collettivo degli operai, ridotti a ingranaggi viventi. Non è soltanto una denuncia sociale: è una visione quasi profetica della tecnologia come sistema autonomo, capace di sottrarre all’uomo il controllo del proprio destino. E tuttavia, nel cuore del film, sopravvive una tensione utopica: la figura del “mediatore” tra cuore e macchina lascia intravedere il desiderio, fragile ma decisivo, di una possibile ricomposizione.
Nel clima ancora elettrico delle avanguardie, il Futurismo italiano nella sua ultima fase elabora un’idea diversa, quasi opposta, della modernità. Nella figura di Farfa, pseudonimo di Vittorio Osvaldo Tommasini, la lingua si frantuma e accelera: diventa ritmo, suono, frammento visivo. La macchina non è percepita innanzitutto come minaccia, ma come principio estetico, energia espansiva, forza capace di dissolvere le forme tradizionali della percezione.

Fondazione Massimo e Sonia Cirulli S. Lazzaro di Savena , Bologna
E proprio nel confronto tra Lang e Farfa emerge una frattura decisiva. Se il mondo di Metropolis è attraversato da un senso di catastrofe imminente, la modernità come sistema che produce disuguaglianze strutturali, il Futurismo, anche nelle sue derive più tarde, tende ancora a trasformare l’industrializzazione in mito positivo: accelerazione, entusiasmo, esaltazione della forma-macchina. Due risposte opposte alla stessa domanda: che cosa sta diventando l’essere umano dentro il sistema tecnico?
Questa tensione non appartiene soltanto al passato. Nell’orizzonte contemporaneo dell’intelligenza artificiale, dell’automazione e delle economie algoritmiche, l’immaginario di Metropolis riemerge con inquietante precisione. Le “macchine” non sono più soltanto fabbriche, ma sistemi cognitivi distribuiti: reti che producono decisioni, selezionano informazioni, orientano comportamenti. L’industrializzazione non è finita: si è semplicemente trasformata, diventando meno visibile ma non meno incisiva.
Come nella città di Lang, anche oggi si ripropone una gerarchia spesso invisibile tra chi progetta i sistemi e chi li subisce, tra chi scrive le regole del codice e chi vive dentro i suoi effetti. Le disuguaglianze non scompaiono: si raffinano, diventano più difficili da percepire ma più pervasive. Persino la guerra, sempre più tecnologica e automatizzata, sembra estendere questa logica sistemica a un livello estremo.
Il dialogo ideale tra Metropolis e Farfa, allora, non è solo un confronto storico, ma una domanda ancora aperta: la modernità è emancipazione o forma di controllo? E soprattutto, a quasi un secolo di distanza, siamo ancora capaci di immaginare un futuro che non sia soltanto l’amplificazione del presente?
Forse la risposta non è chiusa. Il futuro, in fondo, non è mai solo una conseguenza: è anche una scelta. Cambia quando cambia lo sguardo con cui lo si immagina. Non è una traiettoria già definita, ma un campo di possibilità che si ridefinisce attraverso trasformazioni lente e concrete. Anche piccoli cambiamenti quotidiani mostrano come la direzione della modernità non sia mai completamente scritta, ma resti aperta all’intervento, alla revisione, alla possibilità di essere ripensata.





