Natalia Ginzburg: il pozzo e la libertà. A centodieci anni dalla nascita


Il 14 luglio 1916, centodieci anni fa, nasceva a Palermo Natalia Levi in Ginzburg.

Una vita segnata dal fascismo e dalla guerra come oggi, la nostra società, è rimasta segnata dalla sua letteratura.

I centodieci anni da una nascita non sono poca cosa, ci servono da pretesto per commemorare, ricordare e raccogliere tutto ciò che ha determinato quella nascita.

Nel caso di Ginzburg sono molti gli aspetti della cultura occidentale che sono stati influenzati dal suo lavoro (la politica, la critica, il giornalismo, la letteratura), ma qui dobbiamo concentrarci su uno dei più rilevanti, per quanto possa sembrare un luogo comune: la vita delle donne.

Sebbene in tutta la narrativa di Ginzburg troviamo le donne come elemento fondamentale del racconto, in questo testo ci concentreremo su un paio di suoi racconti e saggi.

A proposito delle donne è un libro che raccoglie diversi racconti dell’autrice il cui tema centrale sono le donne, anche quando queste non sono nemmeno presenti. È il caso di “Un’assenza”, che è il racconto di una giornata dal punto di vista di Maurizio, un uomo giovane, benestante, sposato e con un figlio, la cui moglie, Anna, si trova in viaggio.

Il narratore ci racconta una giornata senza Anna e, attraverso il suo discorso (per la maggior parte del tempo un monologo interiore), notiamo che un’assenza può essere forte tanto quanto la presenza stessa della persona. Anna non è fisicamente con Maurizio, eppure è l’unica cosa a cui lui pensa.

Già in questo racconto notiamo come siano le donne a fare la vita della casa. In questo caso, Anna prende le decisioni, stabilisce le regole e, pertanto, tutto cambia quando lei non c’è, in modo tale che la sua assenza determina l’intero racconto.

Possiamo osservare come qui non ci sia spazio per i sentimentalismi. Sebbene l’intero testo trasmetta una sensazione di nostalgia, Maurizio dichiara, alla fine, di non amare né Anna né suo figlio, ma di voler solo godersi il momento come un bambino. Lo riconosce senza colpa né rimpianto e, tuttavia, sono costanti le sue scuse verso l’assente Anna, nonostante riconosca di non amarla. Se non è il sentimento amoroso a rendere quell’assenza qualcosa di così forte, lo è il suo ruolo nella vita familiare.

Un altro esempio è il testo Mio marito. In questo caso i personaggi non hanno nome, la protagonista è la narratrice, un io senza identità che si definisce a partire dall’altro, l’altro che viene chiamato “mio marito”, il che fa di lei una moglie. Curiosamente, hanno un nome solo la domestica (Felicetta) e l’amante del marito (Mauriccia), entrambe donne che erano già presenti nella vita del marito prima di conoscere lei.

In questo senso entrambi i personaggi principali si identificano in funzione del ruolo che ricoprono nella famiglia, pertanto i loro sentimenti sembrano insignificanti per la trama, finché non esplodono alla fine del racconto. In poche pagine, la narratrice tesse una rete di apparenze: la moglie dice che non le importa che il marito abbia un’amante, e quest’ultimo insiste sul fatto di essere felice nel suo matrimonio. La falsità di entrambe le dichiarazioni è ciò che mantiene la tensione nel racconto fino al tragico epilogo.

Nonostante l’importanza che hanno, quindi, i personaggi femminili nella sua opera, non leggiamo nelle parole di Natalia un tono femminista in senso di lotta, di denuncia o di rivendicazione, bensì leggiamo un fatto, una descrizione (quasi oggettiva) del suo contesto.

Questo modo di scrivere senza rabbia, come diceva la Woolf, rende la narrativa dell’autrice molto più autentica e, di conseguenza, più facile da comprendere e in cui identificarsi. Non c’è nelle sue parole la pretesa di essere ciò che non si è, né di dire ciò che non si pensa. Vediamo i suoi personaggi senza sentirli giudicati dal narratore e, pertanto, non li giudichiamo come lettori, indipendentemente dalle loro infedeltà o dal loro egoismo.

Come in questi esempi, nella narrativa di Ginzburg la famiglia (e la donna al centro di essa) si presenta come una rappresentazione della società in generale, come la fonte di tutti i costumi, le credenze e le pratiche. Raccontare la vita delle donne nella loro quotidianità più semplice significa, anche, raccontare la storia di un luogo e di un’epoca. Un esempio di ciò è Le ragazze, in cui si fa una rassegna delle abitudini delle giovani che vivevano nei piccoli paesi dell’Italia del secolo scorso.

Questo testo, che si colloca tra il racconto e il saggio, descrive non solo i costumi, ma anche i desideri di queste ragazze; spiega a cosa aspirassero in base al loro status sociale. Menziona quali fossero i lavori più desiderati dalle giovani (come essere sarte) e quali le allontanassero dal matrimonio (come servire in una casa). Descrive le loro usanze, come andare al cimitero la domenica, attività per la quale tutte avevano un vestito speciale. Narra come molte di loro si preparassero per anni al matrimonio, un matrimonio che poteva non arrivare mai, e come altre, con meno possibilità di sposarsi, sembrassero più libere, lavorando nei campi o rubando legna.

Questo modo di ritrarre la realtà attraverso l’aneddotica della vita femminile è ricorrente nell’opera di Ginzburg. La vita si narra e, di conseguenza, si costruisce attraverso la prospettiva femminile. Le grandi storie (le guerre, le dittature) si reggono sulla vita familiare.

Nei suoi saggi possiamo intravedere questo ritratto, sebbene con un tono, diciamo, meno leggero, meno casuale. In Donne del sud, un breve testo di appena due pagine, Natalia riassume in modo chiaro e conciso le condizioni di vita delle donne della Lucania (attualmente Basilicata), una regione dove alle difficoltà di essere donna si sommano quelle della povertà.

L’infanzia è breve per le contadine. La miseria è una triste compagna che non ammette giochi né spensierati passatempi. Anche la giovinezza è breve, e una vita di privazioni e di lavoro estenuante fa fiorire sul volto di quelle donne una bellezza fugace e malaticcia. La maternità e l’allattamento divorano i loro corpi deboli. (2021, p. 87)

La citazione precedente potrebbe benissimo essere dedotta dalla vita dei personaggi de Le ragazze, tuttavia l’intento di ciascuno di questi testi è diverso. Nel suo saggio Ginzburg cerca una riflessione e, alla fine di esso, si appella alle donne del suo paese dicendo:
«Care donne italiane, è a loro che dobbiamo pensare […] non saremo mai un popolo libero finché, a pochi chilometri e nel nostro stesso paese, persone simili a noi sono costrette a subire una condizione così tragica». (2021, p. 88)

Un altro esempio è il suo saggio A proposito delle donne (omonimo dell’antologia in cui si trova), uno dei suoi testi più potenti, analitici e onesti. In questo Natalia svela al lettore una delle caratteristiche più rappresentative e, al contempo, nascoste delle donne.

Forse persino per le donne stesse questo era stato un segreto, un’abitudine senza nome fino a quel momento: cadere nel pozzo.

Il pozzo in cui cade una donna non è altro che la pena, la sofferenza che si trascina dietro secoli di una schiavitù ereditata di generazione in generazione, nonostante i cambiamenti, nonostante la modernità, nonostante l’apparente sicurezza con cui ci si muove nel mondo. Questo saggio è di un’immensa tristezza perché si comprende, si sente, si condivide il sentimento descritto dall’autrice. Perché Natalia traduce in parole quanto sia difficile, faticoso e malinconico essere donna: «Le donne sono una stirpe disgraziata e infelice con molti secoli di schiavitù alle spalle» (2017).

Natalia dipinge questo quadro di costumi e, senza alzare la voce, dichiara che è necessario un cambiamento. Ma non solo uno esterno, bensì, soprattutto, un cambiamento interno: «[le donne, ciò che] devono fare è difendersi con le unghie e con i denti dalla loro malsana abitudine di cadere nel pozzo […] La prima che deve imparare ad agire così sono io» (2017).

Centodieci anni dopo viene da chiedersi: è cambiato qualcosa? Dove sono le donne oggi? Quale ruolo ricoprono nella società e, in particolare, quale ruolo desiderano ricoprire? Siamo riuscite a evitare di cadere nel pozzo? Come spesso accade, le domande sono più delle risposte, e queste ultime non sono così soddisfacenti come desidereremmo.

Alla fine di tale testo Natalia menziona: «Il mondo non progredirà finché sarà popolato da una legione di esseri che non si sentono liberi» (2017).

Oggi, mi sembra, possiamo parlare di una libertà relativa delle donne; in molti paesi (non in tutti né nella maggior parte, e questo è importante non perderlo di vista), le donne hanno la libertà di decidere su vari aspetti della loro vita (di nuovo, non su tutto): possono scegliere il partner, il lavoro, che tipo di famiglia avere, se crescere figli o no, se lavorare o meno; possono decidere dove vivere e con chi; decidere se viaggiare o trasferirsi, cosa fare del proprio tempo libero; possono votare ed essere votate. Possono occupare i posti più alti della gerarchia lavorativa. Possono guidare, uscire di notte da sole, bere, avere più partner, dedicarsi interamente alla carriera o a una famiglia e avere figli e prendersene cura. Possono scegliere e fare molte cose che cento anni fa non erano loro permesse. Ma questo è molto lontano da ciò che Natalia ha scritto. Le donne possono, apparentemente, fare tutto, ma si sentono libere?

Su cosa si basa questa differenza? Non è la stessa cosa essere e sentirsi, e sentirsi libere va oltre l’avere la possibilità di fare qualcosa, di prendere una decisione. Oggi, oso dire, le donne non si sentono libere (non tutte, almeno) perché la società “ha permesso” loro di fare tutto ciò che ora fanno; ha dato loro il permesso per farlo, ma non lascia dimenticare che sono state esseri schiavizzati e che, in qualsiasi momento, possono tornare lì, nel posto che spetta loro.

Perché fino ad ora continuano a essere considerate esseri subordinati a cui è stata concessa un po’ di libertà. Non si sentono libere perché, in realtà, non lo sono. Perché non hanno smesso di essere giudicate come lo erano prima, perché continuano a portare il peso della colpa della propria esistenza.

Non c’è bisogno di guardare a paesi lontani con culture diverse dalla nostra (ovunque ci troviamo), basta guardarsi intorno e chiedersi: quanto sono diverse, nel loro intimo, le donne che ci circondano da quelle che Natalia ha ritratto il secolo scorso? Quanto sono diversi i loro desideri, le loro giornate, i loro problemi?

A centodieci anni dalla nascita di Natalia Levi, molto è cambiato nella vita delle donne, ma l’essenziale rimane ancora in sospeso. Abbiamo un debito con lei e con noi stesse; dobbiamo iniziare a seguire il suo consiglio, difenderci con le unghie e con i denti e cercare quella libertà di cui parlava; quella libertà che è l’unica cosa che potrà muovere il mondo d’ora in avanti, la libertà di tutti gli esseri.



Bibliografia
Ginzburg, N. (2017). A proposito delle donne. Lumen. [Ed. it. È difficile parlare di sé, o saggi correlati]
Ginzburg, N. (2021). Domingo. Relatos, crónicas y recuerdos. Acantilado. [Ed. it. Domenica. Racconti, cronache e ricordi]