Al Cairo la giustizia non esiste.


Tra noir, thriller politico e denuncia sociale, Omicidio al Cairo è uno di quei film che utilizzano un’indagine criminale come pretesto per documentare il retroscena di una società. Ambientato nelle settimane che precedono la rivoluzione egiziana del 2011, il film costruisce una tensione costante in cui la ricerca della verità si scontra con un sistema corrotto e apparentemente invincibile. Presentato al Sundance Film Festival, dove vinse il World Cinema Grand Jury Prize, è considerato una delle opere più riuscite del cinema europeo contemporaneo a sfondo politico.

L’opera è il primo, fondamentale tassello di una ideale trilogia del Cairo proseguita poi dal regista con La cospirazione del Cairo(2022) ed Le aquile della repubblica(2025).

Dietro la macchina da presa c’è una figura poliedrica, Tarik Saleh. Regista, sceneggiatore, ma anche ex writer di graffiti e giornalista, nato in Svezia da padre egiziano, Saleh infonde nel film lo sguardo stratificato di chi conosce intimamente l’Egitto ma lo osserva con il distacco critico di un autore europeo, riuscendo a raccontare le contraddizioni del paese con una lucidità che forse un regista locale non avrebbe potuto avere. Dopo aver esordito con il film d’animazione Metropia, ha ottenuto il suo primo grande successo proprio con questo thriller. La lavorazione del film è stata complessa e coraggiosa: a pochi giorni dall’inizio delle riprese, le autorità egiziane hanno revocato i permessi, costringendo la produzione a ricreare il Cairo a Casablanca, in Marocco. Da allora, a causa delle sue forti critiche al sistema di potere, Saleh è stato dichiarato persona non grata in Egitto.

La vicenda si svolge nel gennaio del 2011, nelle concitate settimane che precedono la rivoluzione di Piazza Tahrir. Noredin Mustafa, interpretato da un magnetico Fares Fares, è un detective della polizia del Cairo cinico, disilluso e profondamente corrotto, abituato a riscuotere mazzette e a chiudere un occhio.

Tutto cambia quando viene incaricato di indagare sul brutale omicidio di Lalena, una famosa cantante libanese trovata sgozzata in una stanza dell’hotel di lusso Nile Hilton.  Quello che inizialmente viene liquidato come un delitto passionale si rivela ben presto un vicolo cieco pericolosissimo.

L’unico testimone è Salwa, una cameriera sudanese clandestina che ha visto fuggire l’assassino. Le tracce portano direttamente a Hatem Shafiq, un potentissimo costruttore edile legato a doppio filo al presidente Mubarak. Quando a Noredin viene ordinato di archiviare il caso, qualcosa in lui si spezza, e si trova davanti a una scelta decisiva: continuare a essere parte del sistema oppure rischiare tutto per inseguire la verità.

Sullo sfondo cresce il malcontento popolare che presto esploderà nella rivoluzione di Piazza Tahrir, trasformando la vicenda personale del protagonista nel ritratto di un Paese sul punto di cambiare.



Ciò che eleva Omicidio al Cairo al di sopra dei comuni thriller investigativi è l’uso del genere noir come radiografia sociale e politica. A differenza di un classico thriller poliziesco, il colpevole qui lo si conosce praticamente da subito. Saleh non cerca il colpo di scena fine a se stesso; l’originalità sta nell’aver fuso la struttura del classico poliziesco alla Raymond Chandler con una verità storica imminente, la fine del regime.

La corruzione qui non è una mela marcia, ma il sistema stesso, l’aria che tutti respirano per sopravvivere. Inoltre, il contrasto tra l’opulenza delle stanze dei bottoni e la disperazione dei quartieri poveri del Cairo, dove vivono i migranti invisibili come Salwa, offre uno spaccato antropologico straordinariamente lucido, privo di qualsiasi retorica hollywoodiana o consolatoria.

L’atmosfera è costantemente opprimente, il Cairo viene rappresentata come una città caotica, soffocante e piena di tensioni, fotografata con tonalità spente che amplificano il senso di precarietà e di inevitabile collasso.



Il film è di un’intensità devastante e brutale, reso ancora più inquietante dalla consapevolezza che la storia che racconta è stata ispirata da un fatto di cronaca realmente accaduto, l’omicidio della cantante libanese Suzanne Tamim nel 2008. La lentezza e l’atmosfera distante potrebbero non piacere a tutti, ma la pellicola regala un’istantanea di un paese sull’orlo del baratro dell’Egitto di quegli anni.

Non preoccuparti per la verità. La verità non serve a nessuno.