Il talento non fa distinzioni, svela chi siamo nel momento esatto in cui smettiamo di nasconderci dietro i nostri limiti.


SVeLA è molto più di un semplice documentario sull’inclusione. È il racconto di un percorso umano e collettivo che mette al centro persone con disabilità, ma che, progressivamente, porta lo spettatore a interrogarsi su un concetto molto più ampio: che cosa significa davvero vivere in una città accessibile e, soprattutto, in una società incapace di considerare la diversità una risorsa anziché un limite?

Il regista Alessandro Pulloni arriva a SVeLA con una formazione particolarmente adatta a un’opera che deve muoversi tra realtà, testimonianza e racconto cinematografico. Ha lavorato nel documentario e nella produzione televisiva, collaborando anche a programmi Rai come Geo e Kilimangiaro e al documentario Le Cicogne di Chernobyl.

Pulloni non sembra voler mettere la macchina da presa semplicemente davanti ai protagonisti per registrare quello che accade. Il suo sguardo diventa progressivamente parte del percorso.

Il film segue il percorso del progetto che rappresenta l’acronimo del film, Storie, Voci e Luoghi Accessibili, sviluppatosi nell’arco di diversi mesi a Quartu Sant’Elena.

Decine di persone con disabilità vengono coinvolte in una serie di laboratori dedicati a teatro, danza, scrittura creativa, videomaking e pratiche multidisciplinari, fino ad arrivare alla grande performance urbana conclusiva.

Non esiste quindi una trama nel senso tradizionale del termine. Il vero protagonista è il percorso. All’inizio ci sono esitazione, timidezza, difficoltà e barriere: alcune fisiche, legate alla mobilità e all’accessibilità degli spazi urbani; altre molto più sottili, psicologiche e sociali. Poi qualcosa cambia e attraverso il teatro, la danza, la scrittura e il cinema, i partecipanti iniziano a riappropriarsi del proprio corpo, della propria voce e della propria capacità di stare nello spazio pubblico. La trasformazione individuale diventa così trasformazione collettiva.

Un altro aspetto particolarmente riuscito è il rapporto con Quartu Sant’Elena.

La città non è soltanto lo sfondo nel quale si svolge la vicenda: diventa uno dei protagonisti.

Strade, piazze, edifici e spazi pubblici vengono osservati attraverso una prospettiva diversa. La domanda sull’accessibilità smette così di essere astratta e diventa concreta.

Una strada, una piazza o un edificio possono essere perfettamente normali per una persona e rappresentare invece una barriera enorme per un’altra.

Il progetto porta quindi il problema fuori dagli spazi protetti dei laboratori e lo trasferisce nel cuore della città, fino alla performance urbana conclusiva.

Il rischio di un’opera con una forte finalità sociale è quello di trasformarsi in un prodotto didattico, nel quale il messaggio finisce per prevalere sul cinema.

SVeLA cerca invece una strada diversa. Il suo valore sta nel fatto che non vuole soltanto spiegare l’inclusione ma vuole mostrarla attraverso le persone che la vivono.