Talvolta la vita germoglia nei solchi lasciati dai ricordi di chi non c’è più, insegnandoci a respirare di nuovo.


Chlorophytum è un’opera che sceglie deliberatamente di abbassare il volume della narrazione per concentrarsi su ciò che normalmente rischiamo di non vedere: uno sguardo, un incontro casuale, un gesto apparentemente insignificante, una presenza capace di modificare il corso di una vita.

Il cortometraggio rappresenta l’esordio di Rita Pasqualoni alla regia cinematografica, ma non quello di un’artista alle prime armi. Attrice e regista teatrale con oltre vent’anni di attività, Pasqualoni vanta un’ esperienza attraversa teatro, cinema e televisione, con collaborazioni con realtà come il Teatro Stabile di Torino e il Teatro Argentina di Roma.

Chlorophytum è un dramma della durata di 13 minuti che affronta il tema dell’isolamento contemporaneo e della ricerca di senso attraverso l’osservazione delle piccole cose. Il titolo fa riferimento alla nota pianta d’appartamento, nota per la sua capacità di purificare l’aria, sopravvivere in condizioni difficili e rigenerarsi continuamente: una metafora vegetale calzata a pennello per la traiettoria emozionale dei suoi protagonisti.

La storia segue Anna, una giovane donna visibilmente disillusa dalla vita, alienata dalle routine opprimenti del quotidiano e prosciugata nelle proprie relazioni personali. La sua quotidianità grigia subisce un’inaspettata deviazione a seguito degli incontri casuali con Giovanna, un’anziana vicina di casa dotata di una vitalità genuina e contagiosa.

Tra le due donne si instaura un legame silenzioso ed profondo, veicolato da sguardi densi di significato. Quando Giovanna viene a mancare, a questo punto la storia assume una dimensione più profonda. Anna riceve una pianta, il Chlorophytum, che diventa il simbolo concreto di ciò che Giovanna ha lasciato dietro di sé. Non soltanto un ricordo, dunque, ma qualcosa di vivo, che continua a crescere e che, silenziosamente, sembra indicare ad Anna una direzione.

Il passaggio è significativo, la trasformazione di Anna non avviene attraverso un evento spettacolare, ma attraverso il consolidamento di piccoli gesti e di una presenza che continua ad agire anche dopo essere scomparsa. La regia non sembra avere l’ambizione di stupire attraverso virtuosismi, ma attraverso la capacità di guardare. È una scelta coerente con il tema stesso del film: se la vita di Anna è inizialmente dominata dalla ripetizione e dalla disattenzione, anche lo spettatore viene invitato a rallentare e a osservare ciò che normalmente rimarrebbe sullo sfondo.

Anna rappresenta quindi una condizione nella quale è facile riconoscersi: essere immersi nella routine, continuare a fare ciò che facciamo ogni giorno e accorgerci soltanto dopo di quanto poco abbiamo guardato ciò che avevamo intorno.

Il film non racconta una grande rivoluzione esistenziale nel senso tradizionale del termine. Racconta qualcosa di molto più difficile da rappresentare: il momento nel quale una persona torna ad accorgersi di essere viva.

La pianta del titolo non è quindi semplicemente un oggetto narrativo. È una metafora estremamente efficace. Una pianta cresce lentamente, necessita di cura, ha bisogno di attenzione e non pretende nulla. Il suo cambiamento è quasi invisibile da un giorno all’altro, ma evidente se si osserva il tempo nel suo insieme.

Rappresentando quasi un invito rivolto allo spettatore. A fermarsi, ad ascoltare, a respirare. E, soprattutto, a non dimenticare che talvolta la trasformazione più importante comincia proprio dalle piccole cose.


Il tempo presente come luogo dell’anima e la felicità come scelta di vita.