La prigione più difficile da scardinare non è quella fatta di sbarre, ma quella costruita dall’innocenza che protegge l’animo umano dalla brutalità del mondo.


Il Custode è un cortometraggio ambientato nella Sardegna dell’inverno del 1990. Un’opera di circa venti minuti che parte dagli elementi tipici del racconto criminale, un rapimento, una famiglia, un territorio isolato, una realtà apparentemente dominata da regole non scritte, per trasformarli progressivamente in qualcosa di molto diverso: una storia sull’amicizia, sull’innocenza e sulla possibilità di scegliere chi essere quando tutto intorno a noi sembra aver già deciso il nostro destino.

La regista e sceneggiatrice Ilenia Amoruso, nata a Torino nel 1983, arriva al cinema attraverso una formazione legata alla comunicazione, alla sceneggiatura e alla regia.

Il suo percorso comprende sia la regia sia la scrittura e la produzione. Parallelamente ha lavorato come assistente alla regia e produttrice, occupandosi anche di documentari.

Questa esperienza trasversale sembra emergere anche in Il Custode: il film non appare interessato soltanto a raccontare una vicenda, ma soprattutto a costruire personaggi, lasciando che siano i loro comportamenti e le loro relazioni a far avanzare la storia.

La vicenda si svolge in Sardegna, nell’inverno del 1990.

Il protagonista è Salvatore, il custode di un villaggio turistico. È descritto come un uomo dal cuore buono, quasi ingenuo, tanto da apparire agli occhi degli altri persino un po’ tonto. Ma proprio questa apparente semplicità costituisce uno degli elementi centrali del personaggio.

Salvatore viene coinvolto dal fratello nel rapimento di Samuele, un bambino di nove anni. È l’ingresso improvviso di un uomo apparentemente estraneo alla violenza dentro una situazione criminale che crea il conflitto fondamentale del cortometraggio.

Rinchiuso e strappato alla sua vita quotidiana, il piccolo Samuele dovrebbe essere per Salvatore soltanto un carico da custodire in attesa del riscatto. Tuttavia, l’isolamento della struttura turistica disabitata si trasforma in uno spazio sospeso nel tempo. Tra l’uomo e il bambino si instaura gradualmente un legame inaspettato, incontaminato e viscerale, un’insolita amicizia capace di incrinare le logiche spietate dei rapitori e di mettere Salvatore di fronte a una scelta etica e umana drammatica.

Salvatore si trova così davanti a una scelta che è prima di tutto morale: seguire la logica della propria famiglia oppure ascoltare quella parte di sé che il rapporto con il bambino ha riportato alla luce.

È qui che Il Custode smette di essere semplicemente un racconto di criminalità e diventa una storia sulla coscienza.

Amoruso non si concentra sull’azione o sulla tensione del rapimento, ma sulla psicologia di un personaggio apparentemente fuori posto, un uomo buono costretto in una situazione estrema. La regista gioca con il tema della custodia in senso lato: Salvatore è il guardiano di un villaggio, ma diventa anche il guardiano di un bambino, in un rovesciamento di ruoli che trasforma il carnefice in protettore.

Il villaggio turistico estivo, tradizionalmente luogo di gioia e vacanza, convertito nel suo opposto invernale, vuoto, alienante e spettrale, diventa inoltre il perfetto specchio interiore dei due protagonisti. La solitudine del paesaggio sardo non è di intralcio, ma catalizzatore dell’incontro tra due anime vulnerabili.

La domanda che viene da porsi è: “Che cosa succede quando una persona apparentemente semplice si trova costretta a scegliere tra ciò che gli altri si aspettano da lei e ciò che sente essere giusto?”


Certi posti d’inverno sembrano morti, ma stanno solo aspettando che qualcuno si ricordi come guardarli.