Ci sono luoghi in cui la verità non viene sepolta, ma inghiottita direttamente dalla terra.


Benvenuti nel cinema teso, polveroso e spietato di Emin Alper, uno dei registi più audaci e coraggiosi del panorama contemporaneo. Per chiunque sia in cerca di un’opera che utilizzi il cinema di genere per sezionare le storture della società moderna, Kurak Günler (anche noto con il titolo internazionale Burning Days) è un titolo da non perdere assolutamente.

Ma prima di tutto, vale la pena fermarsi sul suo autore, Emin Alper. Considerato una delle voci più interessanti del cinema turco contemporaneo, Alper ha costruito una filmografia caratterizzata da tensione politica, conflitti sociali e una costante sensazione di inquietudine. Nei suoi lavori precedenti la realtà viene spesso filtrata attraverso atmosfere claustrofobiche, dove individui e comunità entrano in collisione. Alper compie un salto di qualità con Kurak Günler. Il film, presentato a Cannes nella sezione Un Certain Regard, rappresenta la sua prima incursione diretta nel thriller, mantenendo però quella tensione esistenziale che lo contraddistingue. Come egli stesso ammette, la crescente ondata di populismo autoritario globale, da Trump a Orbán, è stata la scintilla che lo ha spinto a scrivere una storia sulla nostra situazione disperata.

La vicenda si svolge a Yanıklar, una remota e asfissiante cittadina della provincia anatolica, piegata da una drammatica e cronica crisi idrica. Qui viene appena nominato un giovane, idealista e impeccabile procuratore capo: Emre.

Emre arriva con l’idea di applicare la legge con rigore, ma si trova presto immerso in una rete di interessi locali, favoritismi e potere politico.

Il sindaco e le figure influenti del paese lo accolgono calorosamente, ma dietro la cordialità si nasconde un sistema corrotto che funziona secondo regole non scritte. l sindaco e i suoi alleati gestiscono la risorsa dell’acqua per fini puramente elettorali, ignorando il fatto che l’estrazione selvaggia del flusso sotterraneo stia letteralmente facendo collassare il terreno, creando enormi e inquietanti doline tutt’intorno alla città.


L’unico a fare opposizione è Murat, il giovane e magnetico direttore del giornale locale. Tra Emre e Murat si stabilisce subito un legame ambiguo, fatto di sguardi carichi di tensione. La vera rottura avviene però durante una notte di eccessi: Emre viene invitato a cena dall’élite locale, viene indotto a bere troppo e la mattina dopo si sveglia con enormi vuoti di memoria. In quella stessa notte, una ragazza fragile del villaggio viene brutalmente violentata. Emre si ritrova così in un labirinto claustrofobico: deve indagare su un crimine efferato di cui lui stesso potrebbe essere, inconsciamente, il carnefice o il complice.

Kurak Günler non è il classico dramma sul contrasto tra la modernità della città e l’arretratezza della provincia. La sua forza e la sua originalità risiedono nell’incrocio di tre elementi chiave.

L’eco-thriller in cui la crisi ecologica dell’acqua e i giganteschi vuoti nel terreno sono la materializzazione visiva del collasso morale e legale dell’intera comunità. Rappresentano la cecità di un popolo pronto a distruggere il proprio futuro per un tornaconto immediato.

Il genere noir qui si trasforma. Mentre di solito il detective o il magistrato mantengono la lucidità per risolvere il caso, qui il regista gioca con lo spettatore privando il protagonista della sua arma più grande: la memoria. Emre brancola nel buio della sua stessa coscienza, rendendo la ricerca della verità un’esperienza destabilizzante ed estremamente soggettiva.

L’inserimento inoltre di una forte componente di attrazione omoerotica, mai esplicitata ma palpabile, tra il procuratore e il giornalista diventa l’arma perfetta in mano alla folla bigotta. Il populismo locale canalizza la frustrazione della sventura ambientale verso l’omofobia, trasformando i due protagonisti nei capri espiatori perfetti.

Kurak Günler è un film d’atmosfera eccezionale, sorretto dalle prove straordinarie di Selahattin Paşalı e Ekin Koç. Alper firma un’opera tesa come una corda di violino che, pur parlando della Turchia profonda, finisce per fotografare il cortocircuito dei populismi e della manipolazione della verità a livello globale. Il finale, sospeso tra il realismo più crudo e una svolta visiva quasi surreale, finirà per lasciare il pubblico senza fiato.