Forse la perfezione non consiste nell’essere senza difetti, ma nel trovare qualcuno capace di amarli.
Ci sono cortometraggi che raccontano una storia.
Ce ne sono altri che utilizzano una storia come pretesto per interrogarsi su qualcosa di molto più grande.

Come Nemesis, opera prima della regista turca Zin Atas. È un film che parte apparentemente da un incontro tra persone molto diverse tra loro e finisce per diventare una riflessione su fede, solitudine, desiderio, imperfezione e bisogno di essere accettati.
Zin Atas proviene da un percorso accademico nel campo di Radio, Cinema e Televisione. Ha studiato alla Hasan Kalyoncu University tra il 2022 e il 2024 e successivamente ha proseguito gli studi alla Altınbaş University. Il suo ingresso nel settore audiovisivo è passato inizialmente dalla radio, attraverso HKÜ Radio 106.8, dove si è occupata di registrazione sonora, broadcasting e supervisione del montaggio audio.
Il passaggio al cinema è stato progressivo, nel 2023 ha lavorato come Production Supervisor per Niran e come Art Assistant per Eksik. Successivamente ha ricoperto ruoli di assistenza alla regia e alla cinematografia in altre produzioni, fino ad assumere per Nemesis il doppio ruolo di regista e produttrice, insieme ad Anton, autore della sceneggiatura.
Questo percorso aiuta a comprendere una caratteristica del film, Atas sembra avere una particolare sensibilità per la dimensione tecnica dell’audiovisivo, ma allo stesso tempo cerca di costruire un cinema molto personale e contemplativo.
Il film nasce in Turchia e si sviluppa all’interno di un luogo apparentemente lontano da qualsiasi conflitto, un monastero isolato della Carolina del Nord. È proprio questa scelta ambientale a costituire uno degli elementi più interessanti dell’opera. Lontano dal rumore del mondo, i personaggi sono costretti a confrontarsi con il rumore molto più difficile da silenziare, quello della propria coscienza.
Al centro della storia troviamo Padre Thomas, un sacerdote ormai prossimo alla pensione, ma tutt’altro che rassegnato a un’esistenza tranquilla. La sua attenzione è catturata da alcune recenti scoperte di natura bizantina legate a Istanbul. Per comprendere e tradurre alcune lettere ufficiali, Thomas fa arrivare dal mondo ortodosso e culturale di Istanbul un giovane sacerdote, Adriel, segnato fisicamente e psicologicamente da un passato difficile.
Adriel porta con sé qualcosa che va oltre la propria competenza linguistica,una ferita, un mistero, una storia che sembra averlo allontanato dalla possibilità di vivere pienamente il proprio presente.
A interessarsi a lui è Grace, la figlia di Padre Thomas. La curiosità iniziale nei confronti dello straniero si trasforma progressivamente in qualcosa di più profondo. Tra i due nasce un particolare gioco filosofico intorno al concetto di perfezione.
Grace e Adriel cercano di definire cosa significhi essere perfetti, ma più cercano una risposta e più scoprono quanto la perfezione sia un’illusione. Le loro rispettive fragilità, i loro desideri incompiuti e le loro ferite diventano paradossalmente ciò che permette loro di riconoscersi.
La relazione che nasce tra i due non viene quindi presentata semplicemente come una storia d’amore. È soprattutto un incontro spirituale: due persone imperfette che, proprio attraverso le proprie imperfezioni, riescono a intravedere qualcosa di autentico nell’altro.
Il risultato è un interessante cortocircuito, più l’ambiente appare freddo e disciplinato, più le emozioni dei personaggi acquistano intensità.

Atas dichiara esplicitamente di aver voluto mantenere il dialogo relativamente scarno e carico di significato, lasciando che il silenzio potesse parlare quanto le parole. È una scelta rischiosa, soprattutto per una regista al suo primo cortometraggio, perché richiede allo spettatore una partecipazione maggiore.
Non tutto viene spiegato né verbalizzato. E proprio questo permette alla relazione tra Grace e Adriel di svilupparsi attraverso sguardi, pause, esitazioni e momenti nei quali ciò che non viene detto diventa più importante di ciò che viene pronunciato.
L’impianto visivo è fondamentale per comprendere il film. Il formato panoramico 2.39:1 contribuisce a dare alla pellicola un’impostazione cinematografica più ampia rispetto al classico corto digitale, mentre la scelta di un ambiente monastico permette di lavorare molto sul rapporto tra architettura e personaggi.
Il monastero non è soltanto un luogo nel quale avvengono gli eventi, diventa quasi un personaggio a sé stante. Le pareti, i corridoi, gli spazi vuoti e l’architettura austera creano una sensazione di isolamento. All’interno di questa rigidità, i momenti di vicinanza tra Grace e Adriel assumono maggiore importanza.
Nemesis non è solo una storia sulla fede, ma anche una riflessione su come l’amore possa emergere da luoghi frammentati e ridefinire il significato dell’essere completi.







