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Operazione Allied Force “OPLAN 10601”. Il conflitto aereo per il Kosovo raccontato dai protagonisti


Di seguito una sintesi dell’intervento del prof. Gianni Murgia, già ordinario di Storia Moderna presso l’Università di Cagliari, in occasione della presentazione del libro Operazione Allied Force “OPLAN 10601”. Il conflitto aereo per il Kosovo raccontato dai protagonisti.



La guerra del Kosovo fu un conflitto combattuto da febbraio 1998 a giugno 1999,
nell’ambito delle più ampie guerre jugoslave.

Tra le principali cause delle ostilità vi fu la definizione dello status del Kosovo
come nazione indipendente, fino ad allora appartenente alla Serbia, a sua volta facente parte della Repubblica Federale di Jugoslavia.

La guerra vide contrapposte le truppe federali jugoslave all’organizzazione terroristica dell’UÇK, che garantì l’indipendenza del Kosovo
dalla Repubblica Federale di Jugoslavia.

Nel marzo del 1999 la NATO intervenne nel conflitto con l’operazione Allied Force,
una campagna di attacchi aerei contro la Repubblica Federale di Jugoslavia.

Ringrazio gli autori Barbara Manca e Gustavo Cicconardi per questo lavoro, frutto di anni di studio, di ricerca e di riflessione e di un confronto “istituzionale” non sempre facile, per le complesse e delicate problematiche esaminate.

A mio avviso, per le problematiche di carattere storico-politico, economico-sociali, culturali e religiose, e soprattutto etniche, non sarebbe sufficiente dedicarvi un intero corso di storia di un anno accademico.

È uno studio, infatti, che per la ricchezza e complessità delle problematiche relative alla realtà del Kosovo, che vengono ad essere proiettate su un ampio scenario non solo balcanico, ma che coinvolgono i rapporti e gli equilibri geopolitici tra Occidente e Oriente, costringe anche gli storici di professione e di lunga esperienza storiografica a una profonda e attenta riflessione per cogliere con puntualità e lucidità, “senza condizionamenti di carattere ideologico”, il profondo messaggio storico-pedagogico che gli autori intendono trasmettere anche al lettore meno attento: quello del valore inestimabile della convivenza pacifica fra i popoli che deve essere difesa giorno per giorno e salvaguardata attraverso una costante e costruttiva opera diplomatica fra gli Stati per individuare le strade più consone, attraverso il dialogo e il confronto, onde evitare il ricorso alla guerra, ai distruttivi e laceranti sul piano sociale dei conflitti armati, perché, ahimè, a pagarne i costi sono non coloro che fomentano le guerre, come quelle in corso in Ucraina, Palestina e Iran, per fini esclusivamente di “follia del potere personale”, e per interessi, non certamente etici, ma coloro che sono costretti a farla e a subirla, cioè le popolazioni civili, in termini di perdita di vite umane, di distruzioni, di lacerazioni sociali e familiari e di emigrazione forzata.

Il Kosovo è un luogo fondamentale per la nascita e la creazione dell’identità serba e ortodossa, ma fin dal XV secolo in quella terra abitano anche gli albanesi, di religione musulmana, che sono la stragrande maggioranza della popolazione. Il che dava luogo a continue tensioni fra i due popoli.

La crisi del Kosovo, in area balcanica e quindi dirimpetto all’Italia, può essere definita come ultimo atto, tuttora incompiuto perché i conflitti etnici e religiosi fra serbi e albanesi sono sempre latenti, della tragica vicenda che negli anni ’90 del secolo scorso portò alla dissoluzione dell’ex Jugoslavia, a seguito della morte di Tito, accentuata anche da quella dell’Unione Sovietica, con l’abbattimento del muro di Berlino nel novembre del 1989 e l’unificazione delle due Germanie, che segnava la fine della “guerra fredda”.


In entrambi i casi, la fine della rigida politica di repressione interna, la recessione economica, la precarietà sociale e la debolezza e fragilità del sistema politico facevano emergere ben presto i contrasti etnici e le spinte indipendentistiche e autonomistiche dei numerosi popoli che erano stanziati nello sterminato territorio dello Stato sovietico e dei Balcani, e che fino ad allora erano stati tenuti insieme sotto il rigido e dittatoriale controllo dell’apparato di governo centrale.

Il Kosovo, ad esempio, presentava una realtà sociale e politica molto complessa, segnata da una crescente animosità da parte degli albanesi kosovari, dalla progressiva spinta alla violenza dell’UÇK, braccio armato del Fronte Popolare per il Kosovo, e dai numerosi casi di sopraffazione subiti dai cittadini serbi ivi residenti.

L’UÇK non tollerava alcun tipo di collaborazione con i serbi, a nessun livello: la pena era la condanna a morte immediata, un messaggio teso a realizzare la separazione etnica e ad accentuare lo scontro, che si sostanziava anche nell’elemento religioso: mentre i serbi sono cristiano-ortodossi, gli albanesi sono musulmani.

Paradossalmente, nello scontro un ruolo non secondario è svolto proprio dall’elemento religioso, il che può suscitare in noi degli interrogativi di carattere teologico: com’è possibile che due religioni come il cristianesimo e l’islamismo, che si richiamano all’ebraismo del comune padre Abramo, si combattano fra di loro?

Purtroppo, il monoteismo, nel riconoscere un unico Dio, ha sempre cercato di eliminare ogni altra forma di fede religiosa, imponendosi con la violenza e lo spargimento di sangue (pensate alle crociate, alla tratta dei negri, allo schiavismo e ai conflitti fra mondo cristiano e mondo musulmano, per non parlare dell’attuale situazione in Israele con Netanyahu e il genocidio palestinese che si sta estendendo anche alla Giordania).

I rapporti fra serbi e albanesi in Kosovo vanno peggiorando fin dagli anni Ottanta; in particolare, nel 1989 il Parlamento serbo, con una decisione presa in autonomia, abolisce la parziale autonomia della Provincia dal governo di Belgrado.

È da tener presente che nel 1991, secondo le stime più accreditate, gli albanesi rappresentano il 95% della popolazione della provincia.

Nei mesi successivi vengono approvati una serie di decreti discriminatori verso la popolazione albanese (fra cui una riforma scolastica per limitare l’insegnamento della lingua albanese nelle scuole), mentre la polizia locale, “Movimento di resistenza serbo”, ottiene poteri praticamente militari per effettuare persecuzioni, arresti, torture, processi di massa e violenze contro l’altra etnia, e soprattutto contro le donne, che subiscono violenze d’ogni genere.

La risposta della popolazione albanese al regime discriminatorio imposto da Belgrado ha come obiettivo quello di dimostrare la propria capacità e volontà di resistenza: nel luglio del 1990 si autodichiara indipendente dalla Serbia, sia pure nell’ambito della Federazione jugoslava, e nel settembre dello stesso anno è redatta una vera e propria Costituzione che rivendica il diritto all’autodeterminazione del Kosovo.

Nel 1991 i leader albanesi-kosovari chiedevano il riconoscimento di Stato autonomo alla Comunità Europea, a seguito dello svolgimento di un referendum clandestino dove l’opzione dell’indipendenza raggiungeva quasi l’unanimità.

Richiesta che si rivelerà del tutto inutile, in quanto la Commissione che avrebbe dovuto prendere in esame la richiesta poteva decidere solo sul riconoscimento delle Repubbliche jugoslave e non delle Province autonome come il Kosovo.

Tale diniego a livello internazionale indirizzava la leadership albanese-kosovara a seguire la strada della resistenza pacifica ad oltranza e rifiutare ad ogni costo l’ipotesi dello scontro armato contro Belgrado.

Simbolo della scelta pacifista è il professore di letteratura Ibrahim Rugova, che nel 1992 vince le elezioni clandestine a capo della Lega Democratica del Kosovo.

Con mirabile ingegno e forza di volontà, nei successivi anni viene creato un vero e proprio “Stato ombra”, parallelo a quello ufficiale e dotato di tutte le strutture politiche, culturali, sociali, sanitarie e d’informazione necessarie alla vita quotidiana.
La strada per l’indipendenza, secondo Rugova, doveva passare esclusivamente per “mezzi pacifici e politici”, per un motivo strategico: l’enorme disparità di forze militari in campo.

Era necessario evitare lo scontro con i serbi, che avrebbero massacrato la popolazione albanese. Secondo Rugova, era quindi indispensabile internazionalizzare la questione kosovara informando i paesi stranieri della violazione dei diritti umani con documentazioni sistematiche.

Nel 1996, intanto, l’Unione Europea riconosceva la nuova Repubblica Federale di Jugoslavia; il fatto che Belgrado non attuasse il ripristino dell’autonomia nella Provincia del Kosovo segnava il fallimento della strategia di resistenza pacifica tenuta dagli albanesi negli ultimi anni.

L’UÇK, Movimento nazionale del Kosovo, si organizzava sempre più in veri nuclei di guerriglia, che provocarono attentati e uno stillicidio di delitti contro i serbi e i loro collaborazionisti, suscitando l’immediata reazione di Milošević, presidente della Serbia e strenuo sostenitore e difensore del nazionalismo serbo.

Inizialmente, la Casa Bianca definiva il movimento kosovaro come “gruppo terrorista”, autorizzando implicitamente la repressione violenta delle autorità serbe: nell’offensiva venivano distrutti interi villaggi e massacrati soprattutto vecchi, donne e bambini.

Nell’autunno del 1998 si stimò che oltre 420mila persone erano state costrette a lasciare il Kosovo oppure a darsi alla fuga e a vivere da sfollati nei boschi.

Di fronte alla violenza esplosa nel Kosovo sarà lo stesso presidente americano Clinton a prendere atto dell’opportunità di un intervento statunitense nel Kosovo tramite l’utilizzo della NATO (Organizzazione del Trattato Atlantico del Nord, 1949). Così, all’inasprirsi delle azioni di guerra, mentre tutti i tentativi diplomatici falliscono e il conflitto terrestre assume toni sempre più aspri, la NATO decide di intervenire con la seconda azione militare della sua storia, dopo quella iniziata in Bosnia-Erzegovina nel 1992 e che vide il suo apice nei bombardamenti del 1995.

Questa operazione militare è ancora oggi molto discussa per i suoi scopi reconditi e per la sua dubbia legittimità giuridica. Infatti, da parte dei Paesi NATO, dietro alle motivazioni umanitarie di facciata, si nascondevano motivazioni soggettive per ogni paese: ci sono le giustificazioni geopolitiche statunitensi, ma anche i paesi europei hanno precise motivazioni per appoggiare l’intervento militare della NATO, come, per esempio, prevenire una nuova ondata di profughi verso l’Occidente e non ripetere gli errori commessi in Bosnia-Erzegovina quattro anni prima.

La parte dedicata alle problematiche diplomatiche e militari, infatti, rappresenta nello studio quella centrale, ma allo stesso tempo si presenta, per certi aspetti, dirompente ed esplosiva per la chiarezza e l’estensione semantica della narrazione sulla “Operazione Allied Force”, in quanto gli autori attraverso una lettura “introspettiva” degli avvenimenti e ricorrendo allo studio consultivo di una ricchissima documentazione, riescono a individuare e cogliere anche i risvolti più reconditi dell’operazione militare in Kosovo.

Perché narrazione esplosiva? Perché nella pubblicistica ufficiale militare non troverete mai quanto Barbara e Gustavo hanno saputo raccogliere, anche col ricorso a testimonianze personali.

Una narrazione quindi, se vogliamo, anche audace e coraggiosa, che affronta e svela i risvolti meno appariscenti della guerra.

Così, nella riflessione sugli esiti e le conseguenze della Conferenza di Pace di Rambouillet, in Francia, aperta dal Presidente della Repubblica francese, Jacques Chirac il 6 febbraio 1999, la narrazione si distende ad affrontare le diverse posizioni assunte sia dalle parti in conflitto presenti, sia dai mediatori degli Stati Uniti, dell’Unione Europea e dalla Russia.

Ma fin dalle fasi iniziali dei lavori apparve alquanto velleitario individuare una strategia comune per arrivare a una conferenza di pace, in quanto entrambe le parti contendenti, serbi e kosovari, continuarono gli scontri e gli attacchi intesi a far fallire i colloqui.

Era presente anche una delegazione italiana, assistita per gli aspetti militari dal Generale Gian Piero Ristori, capo del 3° Reparto di Stato Maggiore della Difesa, il quale al riguardo scrive: «Non si era percepito fino in fondo l’importanza e la delicatezza della situazione, oppure si consideravano i colloqui una pura formalità, dalle conclusioni ormai predesignate… non dico che eravamo marginalizzati, ma certamente eravamo in netta minoranza numerica e non abbiamo avuto vita facile anche solo per seguire tutto l’andamento dei lavori».

Il fatto è che in questa circostanza la posizione dell’Italia, a lungo dibattuta tra il desiderio di privilegiare il negoziato ed evitare l’intervento militare in rispetto del principio costituzionale “non più guerre”, sancito dall’art. 11.

Non prevede la rinuncia alla volontà di essere partecipe dei destini di un’area così vicina e di non scostarsi dai partner internazionali, in particolare dagli Stati Uniti, che la guerra avevano deciso di farla, se non altro per abbattere l’ultimo regime comunista sopravvissuto in Europa.

In realtà, i serbi volevano due cose: evitare l’intervento della NATO con lo stanziamento di truppe nel Kosovo e non concedere aperture al riconoscimento della sua indipendenza.

Tra gli europei, le divergenze erano certamente minori: la stessa Russia, alla ricerca di un compromesso che non penalizzasse troppo i serbi e suscitasse marcati antagonismi con l’Occidente, non mascherava di voler puntare ad accreditare la nuova Russia sorta dalle ceneri dell’URSS, non assumendo una chiara posizione.

Ma il vero problema era il profondo pregiudizio antiserbo degli Stati Uniti.

A un viscerale contrasto nei confronti di Milošević, scambiato forse per l’ultimo leader del regime comunista sopravvissuto in Europa, si sommava l’idea, altrettanto stravagante alla luce delle dinamiche dei successivi decenni, di favorire il fattore islamico kosovaro rispetto all’ortodossia russo-serba.

In definitiva, contrastare Milošević significava contenere la nuova Russia.

I lunghi e complessi colloqui per arrivare a una soluzione condivisa e pacifica fra i contendenti serbi e kosovari non portarono ad alcun risultato, tanto che, quale ultima ratio per tentare di risolvere la questione, rimaneva la sola opzione dell’intervento armato della NATO.

È qui che s’inserisce l’Operazione Allied Force, non più l’espressione complessiva di quelle forze, ma solo il nome della componente aerea alleata, che operò sotto la direzione statunitense, architetto di ben tre operazioni complesse che si svolsero in sincronia, condividendo con i protagonisti solo i dettagli necessari a evitare incidenti.

Ai 78 giorni di guerra viene dedicato il capitolo 7° del volume, nel quale vengono affrontate, con testimonianze dirette e minuzia di particolari, le strategie militari, gli sviluppi della tecnologia degli strumenti di guerra nonché la ricostruzione del complesso, e spesso lacerante, processo diplomatico fra gli stati membri della NATO, con una particolare attenzione, da parte degli autori, nella narrazione temporale degli eventi, diretta a “far comprendere le predisposizioni attuate, soprattutto dalla diplomazia e dall’informazione, per creare la giustificazione all’uso dello strumento militare, (…) che si limita a spalleggiare lo sforzo diplomatico”.

Ciò nonostante, come puntualmente viene rimarcato dagli autori, “il processo di approvazione dell’Alleanza per la selezione degli obiettivi rimase macchinoso e inefficiente”.

Alcuni obiettivi non furono mai colpiti a causa di interessi nazionali o ragioni culturali in seno ad alcuni dei 19 governi facenti parte della NATO, “temendo altresì sia la possibilità di causare accidentalmente vittime civili, sia l’erosione del sostegno pubblico”.

Come pure alquanto delicata si presentava la posizione del Governo italiano, in quanto l’Esecutivo si reggeva su pochi voti e il presidente del Consiglio Massimo D’Alema (22 dicembre 1999 – 26 aprile 2000) aveva una “spina nel fianco”, in Armando Cossutta, presidente e segretario del Partito dei Comunisti Italiani, fermo sulla posizione che il “governo non doveva impiegare nessun uomo e nessun mezzo delle forze armate italiane”. In caso contrario, i due suoi ministri, Oliviero Diliberto e Katia Bellillo, sarebbero usciti dal governo.

Cossutta, dibattuto fra la lealtà alle sue convinzioni ideologiche contrarie alla guerra e la solidarietà verso l’ultimo governo comunista sopravvissuto in Europa, era consapevole comunque che, una volta caduto D’Alema, con la formazione di un altro governo di larga coalizione, il suo partito sarebbe stato escluso.

“Appare quindi evidente – come annotano puntualmente gli autori – la forte situazione d’imbarazzo in cui si trovava il governo italiano, pressato da una parte dall’esigenza di tenere fede agli impegni internazionali, dall’altra dalla necessità di evitare una crisi che avrebbe potuto significare la fine dell’esecutivo e portare a nuove elezioni con un ribaltamento del quadro politico.

A distanza di anni non è dato sapere se la frase pronunciata dall’on. Mattarella, allora vicepresidente del Consiglio, – “Il nostro Governo è stato informato dell’inizio delle operazioni e nelle quali non sono impegnati aerei italiani” – fosse frutto di un errore discendente da informazioni imprecise, oppure molto probabilmente una scelta coraggiosa, fatta con l’intento di non incrinare la compattezza del governo e tutelare la segretezza dell’operazione.

Nel contempo, un ruolo di alta professionalità in tale delicatissima fase di guerra veniva svolto dall’Aeronautica Militare Italiana, i cui rappresentanti, pur non amando l’azione militare e avendo un alto senso etico del valore umano, da veri professionisti del dovere, nel rispetto degli ordini ricevuti, che dovevano eseguire con efficacia, si auguravano che il loro impiego fosse il più breve possibile, proprio per limitare i danni collaterali a civili innocenti.

Non è un caso che il contributo dell’Italia, con il diretto coinvolgimento dell’Aeronautica Militare, si distinguerà per immediatezza nell’operazione per la ricostruzione e la stabilizzazione del Kosovo, facilitando il ritorno di migliaia di profughi alle loro case, ricostruendo ponti e strade distrutti dalla guerra, dotandolo di strutture sanitarie e assicurando aiuti umanitari alle popolazioni. E tutto questo di fronte a una diffusa e palese diffidenza da parte degli stessi abitanti soccorsi.

Il Generale di Brigata Aerea Giuseppe Ricca, a quel tempo Colonnello, ad esempio, scrive al riguardo: «Ebbi modo di comprendere sin dal mio arrivo che ero sbarcato in una provincia ancora molto destabilizzata dalla guerra e che non sempre la popolazione locale era così amica degli italiani, come forse qualche quotidiano nazionale voleva far credere».

E di fronte al dilagare delle violenze d’ogni tipo, da quella degli omicidi alla violenza sessuale e allo stupro, rimarcava che probabilmente si sarebbe dovuto dare priorità a unità di tipo MSU (Unità specializzata multinazionale) dell’Arma dei Carabinieri, con funzioni di difesa della pace (peacekeeping), di assistenza umanitaria, di polizia civile e militare per il controllo del territorio, piuttosto che a unità di militari che non avevano l’addestramento idoneo per i compiti di polizia per la prevenzione e repressione del crimine.

Le operazioni aeree NATO, unitamente a quelle esclusive statunitensi, durarono dal 24 marzo al 20 giugno 1999, anche se le azioni cinetiche (sgancio di bombe e lancio di missili) terminarono il 9 giugno. Verso la fine delle ostilità si arrivò a impiegare quasi un migliaio di aeromobili, che effettuarono circa 42.000 missioni, di cui ben oltre 11.000 di attacco, bombardando sia le installazioni militari serbe (in Serbia, Kosovo e Montenegro, allora ancora unito alla Serbia), sia le unità sul terreno, carri armati e altri mezzi militari.

I bombardamenti provocarono anche un incidente diplomatico con la Cina, in quanto a Belgrado venne colpita la sede dell’Ambasciata.

L’Amministrazione statunitense dichiarò che l’attacco era avvenuto per errore, presentando immediate scuse.

La NATO però non era intervenuta con truppe di terra, lasciando che sul terreno operasse l’UÇK per l’indipendenza del Kosovo.

Era chiaro, comunque, fin dall’inizio dell’operazione militare, che la Serbia di Milošević non avrebbe potuto resistere agli attacchi della NATO, tanto che sarà costretta ad accettare un accordo di pace che prevedeva il ritiro completo delle truppe serbe dal Kosovo e l’ingresso di una forza multinazionale, la KFOR (Kosovo FORce).

Il Kosovo divenne così una sorta di protettorato della NATO, di fatto indipendente dalla Serbia.

Tramontava così il sogno di Milošević di creare una “Grande Serbia”, estendendo la sovranità serba sulle minoranze rimaste fuori dai confini della Serbia, prevalentemente albanesi.

Uno dei suoi primi atti di governo sarà, infatti, l’abolizione dello Statuto di autonomia del Kosovo, con la conseguenza di una pulizia etnica, attuata con l’esodo volontario o coatto di intere popolazioni, che per il Kosovo si tradusse in una catastrofe umanitaria.

Nel 2001 Milošević veniva accusato dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY = International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia) di crimini contro l’umanità e crimini di guerra, ma morì nel 2006 prima che lo raggiungesse il verdetto di condanna.

Nello stesso tempo, il Tribunale Internazionale emetteva mandati d’arresto per crimini di guerra sia contro i membri dell’UÇK, sia nei confronti della NATO per il bombardamento della TV serba di Belgrado, dove morirono 16 persone e diverse rimasero ferite.

La guerra in Kosovo produsse una serie di importanti conseguenze in termini di risultati militari e politici.

Lo status del Kosovo resta tuttavia irrisolto; i negoziati internazionali, iniziati nel 2006 per determinare il livello di autonomia del Kosovo, fallirono.

La provincia è attualmente amministrata dalle Nazioni Unite, nonostante la dichiarazione unilaterale di indipendenza del 17 febbraio 2008.

Il conflitto armato portò molte perdite di vite umane, distruzioni e danni economici, che pesano ancora sulla vita sociale del Paese. Le tensioni tra albanesi e serbi permangono tuttora.

È urgente la creazione di una nuova diplomazia che sia in grado di muoversi con forza e decisione per la ricostruzione di una pace internazionale su basi di leale collaborazione tra tutte le parti. E l’Europa, in tutte le sue componenti, deve avere un ruolo determinante e capitale.

Creare rapporti di reciproca fiducia, di tolleranza e di comprensione reciproca è condizione necessaria e fondamentale per percorrere proficuamente la via del benessere, della sicurezza e della pace nel mondo, con l’obiettivo, se non della “ragione pura e della giustizia integrale”, almeno di “raggiungere quello della costruttiva moderazione”.

Bisogna impegnarsi, poi, per sviluppare un organo realmente capace di rispondere sul piano delle politiche economiche, sociali e militari ai bisogni delle popolazioni, con uno sforzo comune tra gli Stati che la compongono, in modo che gli indirizzi di politica interna ed esterna assunti abbiano una voce univoca e compatta.

Altrimenti a trionfare saranno quelle forze dichiaratamente schierate con Trump, Putin e Netanyahu, che vogliono un’Europa debole e incapace di incidere sul piano internazionale, per meglio ricattarla e indirizzarne le scelte politiche complessive.