Un cadavere nella notte, e un’intera nazione che si riflette nel buio.


Nuri Bilge Ceylan è il maestro indiscusso del cinema turco contemporaneo, un autore che ha saputo fondere la precisione estetica della fotografia con una certa profondità filosofic. Vincitore del Grand Prix a Cannes proprio con questo film, Ceylan è spesso accostato a maestri come Andrej Tarkovskij per la sua capacità di trasformare il tempo e lo spazio in strumenti narrativi profondi.


La pellicola, in turco Bir zamanlar Anadolu’da, racconta di un gruppo di uomini, un commissario di polizia, un pubblico ministero, un medico, due sospettati di omicidio e una squadra di scavatori, che attraversa le steppe desolate dell’Anatolia durante una notte infinita. Il loro obiettivo è trovare il luogo in cui è stato sepolto un cadavere, ma il sospettato non riesce a ricordare con precisione il punto esatto.

Mentre le auto vagano tra colline identiche sotto la luce fioca dei fari, la ricerca del morto diventa un pretesto. Quella che inizia come una crime story si trasforma in una lunga conversazione tra i protagonisti, che discutono di vita, famiglia, suicidio e burocrazia, rivelando lentamente i propri pesi interiori e le piccole tragedie personali.
Il film si trasforma così in un’indagine sull’uomo più che sul crimine.


Colpisce la fotografia in primis. Le scene notturne sono illuminate con una maestria tale da rendere il buio un personaggio vivo, creando un’atmosfera sospesa e quasi onirica.

Il ritmo lento diventa quasi ipnotico, con una narrazione che rifiuta la spettacolarità per scavare nella realtà e nella psicologia
Attraverso i dialoghi, a prima vista banali, emerge un ritratto spietato della gerarchia e della stanchezza esistenziale che affligge la provincia turca.


Un film dove non succede quasi niente. Nulla di eroico, nessuna redenzione, qua ci sono solo uomini ordinari alle prese con le proprie debolezze. Eppure è proprio questo il suo punto di forza.

Una pellicola non proprio per tutti, soprattutto per gli amanti dei film di azione o storie lineari, ma è un must see per chiunque creda che il cinema debba essere, prima di tutto, arte visiva e riflessione.