Non vedere, non sentire, non parlare: il prezzo del silenzio, qui, è l’anima di una famiglia.
Le tre scimmie (in lingua originale Üç maymun), capolavoro del 2008 diretto dal maestro turco Nuri Bilge Ceylan e vincitore del premio per la miglior regia al Festival di Cannes 2008, rappresenta una tappa importante nel percorso del regista e nel suo passaggio verso una narrazione più intensa e costruita attorno ai personaggi.

In una Istanbul grigia e piovosa, Servet, un politico ambizioso e spregiudicato, investe e uccide un pedone in una notte deserta, alla vigilia delle elezioni. Per evitare lo scandalo che distruggerebbe la sua carriera, convince il suo autista, Eyüp, ad addossarsi la colpa dell’incidente e a scontare qualche mese di galera in cambio di una cospicua somma di denaro versata alla famiglia.
Mentre Eyüp è in prigione, la moglie Hacer e il figlio adolescente İsmail sprofondano in una spirale di solitudine e disfacimento morale. Hacer, spinta dalla necessità e da una latente disperazione, intreccia una relazione clandestina e torbida proprio con Servet. Al suo rilascio, Eyüp si ritrova immerso in un silenzio soffocante: tutti sanno, ma nessuno parla. Ma la colpa e il risentimento non svaniscono restando zitti; marciscono, fino a esplodere in una tragedia inevitabile.

Ceylan trasforma la celebre metafora delle tre scimmie, che si tappano occhi, orecchie e bocca per non vedere il male, non sentirlo e non parlarne, in una struttura narrativa e visiva implacabile. L’originalità sta nel modo in cui il regista usa il paesaggio sonoro e i piani lunghissimi per raccontare ciò che non viene detto: i rumori della pioggia, il rombo del mare, il fruscio del vento e soprattutto i silenzi diventano personaggi. Non ci sono musiche emozionali, né ci sono primi piani esplicativi, la macchina da presa osserva da lontano, come uno spettatore. La vera innovazione è mostrare come la menzogna e l’omissione non proteggano nessuno, ma anzi logorino i rapporti familiari dall’interno, generando un male più grande di quello che si voleva nascondere. Ogni personaggio incarna una scimmia diversa: Eyüp il non vedere, Hacer il non parlare, İsmail il non sentire. Ma alla fine, nessuno riesce più a sostenere il proprio ruolo.
La fotografia rende satura e desatura l’immagine digitale in post-produzione, regalando a Istanbul una tonalità livida, metallica, quasi post-apocalittica. Il cielo è perennemente gonfio di nuvole scure, specchio perfetto del paesaggio interiore dei personaggi.
Più che per le battute pronunciate dai protagonisti, che comunicano quasi solo a gesti, il film è rimasto celebre nella storia del cinema per la dedica d’amore che il regista fece ritirando il premio a Cannes, una frase che racchiude l’anima profonda della sua intera filmografia:
“Voglio dedicare questo premio al mio paese, un paese solitario e bellissimo, che amo appassionatamente.”
Bisogna saper accettare certe cose. Altrimenti la vita diventa impossibile.






