La memoria non mente: siamo noi a scegliere cosa dimenticare.


Kaygı, diffuso con il titolo internazionale Inflame, è un thriller psicologico turco del 2017 che mescola inquietudine personale e tensione politica in modo sorprendentemente audace.

Ceylan Özgün Özçelik è una regista e sceneggiatrice turca nota per il suo approccio autoriale e politico. Kaygı è il suo primo lungometraggio, e già qui mostra una forte identità, un cinema che unisce introspezione psicologica, critica sociale e un uso disturbante dell’immagine e del suono. Prima di esordire nel lungometraggio, è stata una nota conduttrice televisiva di un programma dedicato al cinema in Turchia, oltre ad aver lavorato nella produzione di documentari. Kaygı segna la sua transizione dietro la macchina da presa, affermandola come una delle novità più audaci e politicamente impegnate del cinema turco contemporaneo.

La storia racconta di Hasret, 30 anni e che lavora come montatrice in una stazione televisiva. Vive da sola nell’appartamento lasciatole dai genitori, musicisti folk, morti in un incidente stradale vent’anni prima . Soffre da tempo di incubi ricorrenti che iniziano a confondersi con la realtà, alimentando in lei il sospetto inquietante: i suoi genitori sono davvero morti in quell’incidente o c’è una verità più oscura e dolorosa che le autorità e i media hanno sepolto?


Mentre la censura e la propaganda diventano la prassi nel suo lavoro, costringendola a manipolare la verità per il potere, Hasret si ritira in una paranoia claustrofobica, cercando disperatamente di ricordare ciò che la Storia e la sua memoria hanno rimosso. Quello che inizia come un’indagine personale diventa una discesa nella memoria collettiva, Hasret si ritrova intrappolata tra realtà, allucinazione e manipolazione, mentre il film suggerisce che ciò che viene dimenticato, o fatto dimenticare, può essere più pericoloso di ciò che ricordiamo.

Il film ha ottenuto attenzione internazionale perché oltre a essere presentato al Festival di Berlino, ha partecipato e vinto premi in vari festival, tra cui l’Ankara International Film Festival. Inoltre è considerato un esempio raro di cinema politico turco contemporaneo che utilizza il linguaggio del genere thriller/horror. È stato apprezzato per il suo coraggio nel trattare temi sensibili legati alla memoria storica e alla manipolazione mediatica. Il suo valore simbolico è altissimo perché il mistero della trama si rivela essere un omaggio alle vittime del Massacro di Sivas del 1993, un tragico evento di pulizia etnico-religiosa che lo Stato ha cercato di rimuovere dalla memoria collettiva.

Il film è un’esperienza sensoriale disturbante. Un debutto straordinario per potenza visiva e coraggio tematico. Sebbene il ritmo possa risultare lento per chi cerca un thriller convenzionale, e la trama è un po’ ermetica e dispersiva, la tensione cresce in modo inesorabile, supportata da una prova attoriale magnetica di Algı Eke.


Perché a volte l’orrore più grande non è ciò che vediamo, ma ciò che ci è stato insegnato a non vedere.