A volte la vittoria più importante non è segnare un gol, ma riuscire a convincere il mondo che hai il diritto di stare in campo.

In un panorama cinematografico spesso incline a trattare lo sport come mero spettacolo o la sofferenza come semplice oggetto di pietismo, The Madmen Coach si impone con una forza espressiva rara, cruda e profondamente toccante. Questo documentario offre uno sguardo autentico e privo di retorica sulla nascita della prima nazionale senegalese di calcio per persone con problemi di salute mentale.
Dietro il progetto c’è Carlo Liberatore, regista, sceneggiatore e direttore di festival italiano.
Liberatore si è diplomato con lode all’Accademia Internazionale per le Arti e le Scienze dell’Immagine, istituzione fondata da Vittorio Storaro, uno dei più importanti direttori della fotografia della storia del cinema.
Dal 2016 è inoltre direttore artistico del Sulmona International Film Festival, manifestazione arrivata alla sua 43ª edizione.
Il suo percorso professionale contribuisce a spiegare l’approccio di The Madmen Coach, da una parte una solida formazione cinematografica, dall’altra una particolare attenzione verso il cinema indipendente e verso opere capaci di affrontare questioni sociali attraverso il linguaggio cinematografico.
Nel caso di questo documentario, Liberatore sceglie una regia che lascia spazio ai protagonisti. Non sembra interessato a imporre continuamente una tesi allo spettatore, ma piuttosto a permettere che siano le loro esperienze, la loro quotidianità a costruire progressivamente il significato dell’opera.
Sullo sfondo di una Dakar complessa ed estrema, la narrazione segue il carismatico Malick Bitèye, vero motore umano e spirituale del progetto. Attraverso la sua guida appassionata, assistiamo alla formazione e alla preparazione quotidiana di una squadra di ragazzi che lottano contro il doppio peso della malattia psichiatrica e dello stigma sociale. Il loro viaggio, umano prima ancora che sportivo, li porta dalle periferie senegalesi fino a Roma, dove coronano il sogno di giocare la loro prima partita internazionale ufficiale contro la nazionale italiana.
Ma The Madmen Coach non vuole semplicemente raccontare la malattia mentale. Vuole raccontare le persone che convivono con essa.
In Senegal i disturbi psichiatrici si innestano in un tessuto sociale fortemente provato, dove vengono spesso sottovalutati o associati a possessioni demoniache. Liberatore evita la trappola del paternalismo, i suoi protagonisti non sono dipinti come vittime impotenti, ma come individui dotati di una vitalità travolgente, di sogni complessi e di un profondo orgoglio.

Il campo da calcio diventa così molto più di un luogo dove disputare una partita. Diventa uno spazio di libertà, appartenenza e riconoscimento. Una sorta di territorio nel quale le etichette sociali possono, almeno temporaneamente, perdere il loro peso.
La grande intuizione di Liberatore è quella di utilizzare il calcio come chiave narrativa e simbolica. In Senegal il calcio non è semplicemente uno sport. È una passione collettiva, quasi un elemento identitario. È capace di riunire persone appartenenti a classi sociali differenti e di trasformare una squadra in una rappresentazione della comunità.
Nel caso raccontato da The Madmen Coach, questa funzione assume una forza ancora maggiore.
Il calcio permette infatti ai protagonisti di recuperare qualcosa che spesso la malattia e lo stigma sociale hanno sottratto loro: un ruolo.
Non sono più soltanto persone da assistere. Sono membri di una squadra. Hanno una maglia, un allenatore, un obiettivo, un viaggio da compiere, ma soprattutto hanno una partita da giocare.
Il film suggerisce così che lo sport non debba necessariamente essere considerato solo una cura in senso medico, ma possa diventare uno straordinario strumento di socializzazione, autostima e reinserimento.
Quando arriva il momento della partita internazionale contro l’Italia, tutto ciò che abbiamo visto precedentemente assume un significato nuovo.
Non importa chi vincerà, piuttosto essere arrivati fin lì. La vera vittoria è avere trasformato un progetto quasi utopico in una realtà, avere dimostrato che una persona non può essere racchiusa dentro una diagnosi, avere trasformato lo sport in uno strumento per reinventare il proprio modo di stare nel mondo.
The Madmen Coach è in selezione all’Officina Film Festival 2026 e sarà visibile gratuitamente venerdì 11 settembre al teatro Antica Valeria di Decimomannu.







