Solo. Sì, era quella la parola chiave, la parola più terribile di tutto il vocabolario. Al confronto omicidio era solo una bazzecola e inferno ne era solo un blando sinonimo.


Le notti di Salem, nella versione originale Salem’s Lot, pubblicato nel 1975, è il romanzo che ha consacrato Stephen King come il maestro del brivido moderno. Ma ridurlo a una storia di vampiri sarebbe un errore, è prima di tutto il racconto della corruzione lenta e inesorabile di una comunità.

Uno scrittore di successo torna a Jerusalem’s Lot per esorcizzare i demoni della sua infanzia legati alla sinistra Casa Marsten, una villa abbandonata che domina la città. Ben vuole scrivere un libro sulla natura del male, ma scopre che il male ha già preso casa: l’inquietante Richard Straker e il suo misterioso socio Kurt Barlow, hanno acquistato la villa. Il primo è un vampiro antico e mostruoso, il secondo il suo servitore umano. Presto i cittadini iniziano a sparire o a morire di anemia, solo per risvegliarsi dopo il tramonto con una fame insaziabile.

Il contesto è fondamentale, King dipinge la provincia americana degli anni ’70 come un luogo fatto di segreti sporchi, tradimenti e pettegolezzi. Salem’s Lot è già morta dentro, l’arrivo dei vampiri è solo il colpo di grazia.

I personaggi sono il cuore pulsante del libro, non ci sono eroi perfetti, ma persone comuni con paure e fragilità. Ben Mears è lo scrittore tormentato che King userà spesso come alter ego, Mark Petrie è l’intelligenza precoce che ama i film della Hammer, e il prete, Padre Callahan, vive una crisi di fede che avrà conseguenze enormi. Lo sfondo è un microcosmo fatto di pettegolezzi, segreti e routine, che King infetta dall’interno, il vampiro non è un nobile decaduto, ma una piaga silenziosa che spegne una città pian piano, una casa alla volta.

Uno degli aspetti più affascinanti del romanzo è il suo legame con il più ampio multiverso di King. Padre Callahan riappare in modo fondamentale nella saga di The Dark Tower, dove il suo destino dopo gli eventi di Salem’s Lot viene finalmente esplorato. La sua presenza lega direttamente il romanzo all’epica di Roland Deschain.

Il concetto di male antico e interdimensionale anticipa molte idee centrali della Torre Nera, inclusa la nozione di realtà multiple e forze cosmiche.

Salem’s Lot viene poi citata spesso come monito in altri romanzi ambientati nel Maine come Cose preziose, definendo il Maine di King come un unico, grande territorio infestato.

Jerusalem’s Lot è inoltre un racconto breve contenuto in A volte ritornano funge da prequel ambientato nell’ottocento, spiegando le origini maledette della terra su cui sorge la città.

King non inventa il vampiro, lo aggiorna. L’originalità risiede nel trasporre il Dracula di Bram Stoker nella provincia americana moderna. Se Stoker usava il vampiro per incarnare le paure dell’epoca vittoriana, King lo usa per mostrare come la società moderna sia incapace di credere nel male finché non è troppo tardi. È originale perché trasforma il vampiro da nobile decaduto a parassita virale che si diffonde come un’epidemia in una comunità che ha già perso la bussola morale.

Quando chiudi il libro, accendi la luce, guardi la finestra e per un attimo preghi di non vedere due occhi rossi che ti sorridono dal buio.

Il male non è qualcosa che viene da fuori, è qualcosa che abbiamo invitato noi, lasciando la porta socchiusa.