Lidia Ravera alla Fiera del Libro: «La letteratura è un modo di stare al mondo»


Durante la prima giornata della Fiera del libro, tenutasi giovedì 23 aprile a Iglesias, la scrittrice Lidia Ravera ha dialogato con il conduttore televisivo e scrittore Fabio Canino in un incontro nella quale ha ripercorso la sua carriera e approfondito il ruolo femminista della scrittura.

Un confronto denso, in cui Ravera ha alternato memoria personale, riflessione politica e sguardo critico sul presente, davanti a un pubblico attento. Presente alla serata introduttiva, l’assessora Carlotta Scema ha inoltre anticipato che Canino sarà ospite di un’altra prossima manifestazione culturale in città, senza però svelare ulteriori dettagli.

Al centro del dialogo, inevitabilmente, i cinquant’anni di Porci con le ali, il romanzo d’esordio che ha segnato generazioni e che ancora oggi continua a generare dibattito. Ravera ha però mostrato un rapporto complesso con quell’opera: «Ho lavorato tanto, ho pubblicato più di trenta libri, ma spesso vengo identificata solo con quello. E questo, per me, è come buttare via cinquant’anni di lavoro».

La scrittrice ha rivendicato la profondità del suo percorso letterario, sottolineando come la scrittura sia prima di tutto una forma di esistenza: «La letteratura è una cosa seria, è una modalità di stare al mondo, innanzitutto una dimensione esistenziale». Un mestiere che richiede tempo, studio e trasformazione continua: «Ho imparato, ho scritto, ho attraversato dubbi e tormenti. Come tutte le persone che lavorano con onestà, sono migliorata».

Ampio spazio è stato dedicato anche alla riflessione sul tempo e sull’età. Ravera ha ribaltato lo sguardo comune sulla vecchiaia, rifiutando stereotipi e semplificazioni: «La vecchiaia è una parte della vita. Non ce ne sono due uguali: hai la vecchiaia che ti sei costruito». E ancora: «Basta cambiare gli aggettivi. I vecchi non sono per forza tristi o noiosi: spesso erano già così anche a vent’anni».

Il cuore del suo intervento resta però la critica agli stereotipi di genere. Ravera ha ricordato come le donne siano state storicamente imprigionate in giudizi contraddittori e limitanti: «Se eri libera, eri giudicata male; se eri rigida, eri giudicata male; se eri bella, eri scema; se non lo eri, eri brutta». Una gabbia culturale che, secondo l’autrice, non è del tutto scomparsa: «Il maschilismo non è finito, ha solo cambiato costume».

Parlando della propria esperienza personale, Ravera ha condiviso anche una ferita identitaria profonda: la sensazione di essere cresciuta “mancante” per non essere un maschio. «Sono cresciuta pensando di aver deluso mia madre perché non ero un bambino. Ho vissuto a lungo sentendomi incompleta», ha raccontato.

Non è mancato il riferimento alla genesi di Porci con le ali, nato da un lavoro di inchiesta sulla sessualità giovanile e sulla disinformazione diffusa nelle scuole degli anni Settanta. «Scoprimmo che i ragazzi avevano ancora paura di temi elementari come il corpo o la sessualità. Decidemmo di scrivere un pamphlet leggero, ma necessario», ha spiegato Ravera, ricordando anche le polemiche e le accuse di pornografia che seguirono la pubblicazione.

«Era un romanzo d’amore, forse più sincero di altri. Ma all’epoca fu accolto da attacchi e violenza», ha aggiunto, ricordando i processi, le contestazioni e l’isolamento iniziale. Solo anni dopo il libro è diventato un caso letterario riconosciuto.

Guardando al presente, Ravera ha indicato nei temi dell’amore e delle relazioni il cuore ancora pulsante della narrativa: «L’adolescenza è uguale in tutte le epoche. Cambiano le forme, ma il passaggio dalla sicurezza dell’infanzia alla complessità della vita resta lo stesso».

Un incontro che ha restituito il ritratto di una scrittrice lucida e ancora profondamente coinvolta nel dibattito culturale contemporaneo, capace di attraversare mezzo secolo di storia letteraria senza smettere di interrogarsi sul presente.