Voglio fare causa ai miei genitori, perché mi hanno messo al mondo.


Cafarnao – Caos e miracoli (titolo originale arabo کفرناحوم) è un film drammatico del 2018 diretto dalla regista libanese Nadine Labaki, una delle voci più autorevoli del cinema mediorientale contemporaneo. Girato nei quartieri più poveri di Beirut e interpretato in gran parte da attori non professionisti, il film unisce il rigore del realismo alla forza del racconto emotivo.

Presentato in concorso al Festival di Cannes 2018, dove ha conquistato il Premio della Giuria, un trionfo coronato prima dalla memorabile standing ovation di quindici minuti e culminato poi nella storica candidatura alla notte degli Oscar come Miglior Film Straniero, consacrando definitivamente la pellicola come una delle pietre miliari del cinema civile contemporaneo. Cafarnao ha ottenuto un ampio consenso di critica e pubblico in tutto il mondo, imponendosi come una delle opere più significative dell’anno.

Nadine Labaki è una delle figure più importanti, coraggiose e influenti del cinema mediorientale contemporaneo. Attrice, sceneggiatrice e regista, ha sempre raccontato il Libano attraverso uno sguardo profondamente umano, attento alle contraddizioni sociali e ai destini individuali. Dopo film come Caramel e E ora dove andiamo?, con Cafarnao – Caos e miracoli raggiunge la piena maturità artistica, abbandonando la commedia corale per un realismo aspro e documentaristico.

La sua regia non è mai distaccata, al contrario, si immerge nel caos e nella disperazione delle periferie di Beirut. Labaki adotta uno stile quasi documentaristico, lavorando per mesi sul campo e scegliendo di non usare attori professionisti, ma persone che quella miseria la vivevano sulla propria pelle ogni giorno.

Il tutto fondendo realismo e sensibilità emotiva, ed evitando giudizi facili: i suoi personaggi sbagliano, soffrono e lottano, ma non smettono mai di essere profondamente umani.



Il film segue la storia di Zain, un bambino di circa dodici anni, la cui età esatta è sconosciuta poiché non è mai stato registrato all’anagrafe, che vive nei bassifondi di Beirut.

La vicenda si apre in tribunale con un gesto tanto assurdo quanto potentissimo: Zain decide di denunciare i propri genitori per averlo messo al mondo.

Da questa premessa sconvolgente si dipana un lungo flashback che mostra la sua quotidiana lotta per sopravvivere.

In un ambiente dominato dalla povertà assoluta e dalla negligenza, Zain si fa carico dei suoi numerosi fratelli, fino a quando la sua sorellina preferita, l’undicenne Sahar, viene venduta in sposa al padrone di casa.

Sconvolto e furioso, Zain scappa di casa. Nel suo vagabondaggio incontra Rahil, una rifugiata etiope clandestina, che lo accoglie nella sua baracca in cambio dell’aiuto nel badare al suo figlio neonato, Yonas. Quando Rahil viene arrestata Zain si ritrova da solo a dover garantire la sopravvivenza propria e del piccolo Yonas in una giungla urbana spietata.



Il viaggio di Zain attraverso una Beirut caotica e invisibile diventa così il racconto di milioni di bambini privati dell’infanzia, dell’identità e dei diritti più elementari.

L’originalità dell’opera non risiede soltanto nel soggetto, già di per sé folgorante, ma nel modo in cui viene raccontato.

Innanzitutto, la scelta di Labaki di lavorare con molti attori non professionisti beneficia incredibilmente sull’autenticità, con persone provenienti da contesti di forte marginalità e che hanno vissuto esperienze molto simili a quelle dei personaggi interpretati. I dialoghi sembrano nascere sul momento, gli sguardi non appaiono mai costruiti.



Inoltre, Cafarnao evita il semplice melodramma sociale. Pur facendo leva sull’emozione, il film pone interrogativi scomodi: chi è davvero responsabile della sofferenza di questi bambini? I genitori? Lo Stato? La povertà? Le guerre? L’indifferenza collettiva?

Il tribunale diventa allora una metafora universale, non è soltanto Zain ad accusare i suoi genitori, ma un’intera generazione dimenticata che chiede conto agli adulti del mondo che ha ereditato.

E nonostante il dolore che attraversa ogni scena, Labaki lascia filtrare una tenue possibilità di speranza. Il miracolo evocato dal titolo non è la salvezza improvvisa, bensì la capacità di conservare dignità, affetto e desiderio di vivere anche nel caos più assoluto.

Nel cuore del processo, quando il giudice chiede a Zain cosa si aspetti dai suoi genitori, il ragazzo risponde con una lucidità disarmante:

Voglio che non facciano più figli. Vorrei che gli adulti mi ascoltassero. Vorrei che chi non è in grado di crescere un figlio, non lo mettesse al mondo.

Evitando le trappole del pietismo consolatorio, Nadine Labaki firma un dramma sociale di rara lucidità, sorretto dalla sconvolgente autenticità del piccolo Zain Al Rafeea. Un film che non concede sconti allo spettatore, trasformando la miseria urbana in un potente atto d’accusa politico e umano che lascia il segno.