
Una nuova proposta1 basata sulla geometria sacra e sui numeri triangolari propone una chiave di lettura matematica per le coppelle e le nicchie del celebre altare rupestre sardo.
L’altare rupestre di Santo Stefano, situato nel territorio di Oschiri (Sassari), rimane uno dei monumenti più affascinanti e insoliti della Sardegna preistorica. Questo maestoso monoblocco di granito, scolpito con una serie fitta di nicchie geometriche (triangoli, quadrati, cerchi) e costellazioni di coppelle, ha diviso per decenni gli studiosi.
Luogo di culto, necropoli o area sacrificale? La letteratura archeologica oscilla tra una datazione neolitica legata alla Cultura di Ozieri e successive riscritture di epoca bizantina e medievale.
Una nuova ipotesi getta una luce del tutto inedita sul sito, suggerendo che l’intero monumento possa essere in realtà un sofisticato calendario lunisolare fisso su pietra, capace di armonizzare il ciclo solare e quello lunare attraverso un sistema di calcolo semplice ma matematicamente inattaccabile.

Il codice nascosto: il metodo “a esaurimento dei posti”
La chiave di volta dello studio risiede nell’intuizione dell’utilizzo pratico delle coppelle (piccoli incavi emisferici nella roccia) come un vero e proprio abaco analogico. Secondo questo modello, l’astronomo antico utilizzava le coppelle disposte a corona intorno alle figure geometriche come un “conta-giorni” visivo.
Il meccanismo prevede lo spostamento quotidiano di un oggetto marcatore (un sassolino o un cilindro di legno) lungo la serie di coppelle. Una volta completato il percorso dell’arco e raggiunta l’ultima posizione utile, il marcatore finale veniva lasciato lì stabilmente come “memoria visiva”, riducendo di fatto lo spazio utile per il ciclo successivo. Questo processo a scalare genera in modo naturale ed esatto la serie dei numeri triangolari (la somma cumulativa dei numeri interi consecutivi).

1. La corona delle 26 coppelle e l’Anno Lunare (354 giorni)
Prendendo in esame la struttura racchiusa da una corona di 26 coppelle, la progressione geometrica a esaurimento (la somma di tutti i numeri da 1 a 26) sviluppa esattamente 351 giorni.

2. Le 15 coppelle e il registro a gradoni del calendario solare (364 giorni)
Spostando l’analisi sull’accoppiamento geometrico adiacente, si incontra un arco di 15 coppelle sovrastante a un triangolo con 3 gradini interni e un grande quadrato alla base. Questa struttura non è una semplice somma, ma funziona come un vero e proprio algoritmo analogico a tre stadi.

Stadio A: la funzione triangolare dell’arco.
La pietra esegue la sommatoria di una progressione aritmetica lineare fino a 15, equivalente al 15° numero triangolare.
15+14+13+12+11+10+9+8+7+6+5+4+3+2+1=120
Questo primo stadio genera un’unità di tempo fondamentale di 120 giorni, pari esattamente a un terzo di anno geometrico antico.
Stadio B: L’iterazione sui 3 scalini (il moltiplicatore a registri)
Per gestire la memoria a lungo termine senza perdere il conto dei mesi passati, l’astronomo utilizzava i 3 scalini interni al triangolo come registri di memoria per un’addizione ripetuta (moltiplicazione):
1° ciclo da 120 giorni: Le coppelle si saturano, vengono svuotate e un testimone si posiziona sul 1° scalino.
2° ciclo da 120 giorni: Le coppelle si riempiono di nuovo, il testimone avanza sul 2° scalino (Totale: 240 giorni).
3° ciclo da 120 giorni: All’ultimo riempimento, il testimone tocca il 3° scalino (Totale: 360 giorni).
L’operazione matematica complessiva eseguita sul monumento è:
120 x 3 = 360 giorni
Stadio C: La costante geometrica del quadrato (+4)
Per allineare il computo geometrico alla reale rivoluzione terrestre, entra in gioco la figura sottostante: il quadrato. Quest’ultimo introduce nel calcolo il valore fisso legato alla sua stessa natura lineare, ossia i suoi 4 lati (o angoli). L’algoritmo si chiude così in modo perfetto:
360 + 4 =364 giorni
Un anno di 364 giorni possiede proprietà strutturali formidabili per le civiltà antiche poiché è perfettamente divisibile per 7:
364 : 7 = 52 settimane esatte
Ciò permetteva al calendario di essere perennemente simmetrico (l’anno iniziava e finiva sempre nello stesso giorno della settimana). Lo scarto residuo con l’anno solare reale di 365 giorni veniva compensato isolando 1 giorno fuori dal computo dei mesi alla fine del ciclo triennale, un periodo di transizione festivo simile al Wayeb mesoamericano.
3. La sincronizzazione del Grande Ciclo Triennale (1092 giorni)
Il culmine dello studio unisce altre due geometrie presenti sull’altare di Santo Stefano: un triangolo e un cerchio, ciascuno circondato da una corona di 19 coppelle.

Sviluppando il calcolo triangolare per il riempimento di entrambe le figure ed aggiungendo la costante geometrica del quadrato (+4) come elemento compensativo, si ottiene la cifra di 384 giorni:

Nell’astronomia antica 384 giorni corrispondono esattamente alla durata dell’anno lunare lungo (embolismico), un anno speciale in cui veniva aggiunto un 13° mese lunare per evitare lo slittamento delle stagioni.
La straordinaria chiusura del cerchio matematico avviene unendo i dati solari e lunari su un arco temporale di tre anni solari, svelando una sincronizzazione a scarto zero:
Computo solare (3 anni): 3 x 364 = 1092 giorni
Computo lunare (3 anni): 2 anni standard (354 + 354) + 1 anno lungo (384) = 1092 giorni
IL GRANDE CICLO LUNISOLARE DI OSCHIRI
☀️ LINEA SOLARE: [ 364 Giorni ] + [ 364 Giorni ] + [ 364 Giorni ] = 1092 Giorni
🌙 LINEA LUNARE: [ 354 Giorni ] + [ 354 Giorni ] + [ 384 Giorni ] = 1092 Giorni
Se calcoliamo la durata astronomica reale di 37 mesi lunari sinodici terrestri, il risultato è di circa 1092,6 giorni. Il margine di errore di questo abaco preistorico è irrisorio.
Una nuova prospettiva sulla preistoria sarda
Questo modello dimostra in modo matematicamente coerente come, con l’ausilio di semplici marcatori e l’osservazione delle geometrie incise nel granito, una civiltà antica avrebbe potuto azzerare lo scarto temporale tra il Sole e la Luna ogni tre anni. Se supportata da ulteriori rilievi sul campo, questa ricerca cambierebbe radicalmente la percezione dell’altare rupestre di Santo Stefano: non più enigmatico luogo di sacrifici, ma un monumentale laboratorio astronomico progettato per ordinare il tempo e le stagioni.
- L’articolo propone un’affascinante ipotesi di archeoastronomia sperimentale che evidenzia l’eleganza geometrica e computazionale applicabile ai manufatti della Sardegna antica.
La redazione precisa che il modello teorico esposto rappresenta una proposta di ricerca dell’autore e non trova allo stato attuale un riscontro nella letteratura archeologica accademica.
Pubblichiamo questo contributo nell’ottica di stimolare il dibattito culturale, scientifico e multidisciplinare sul patrimonio nuragico e sulla conoscenza astronomica nell’antichità, restando aperti a interventi, repliche e approfondimenti sul tema. ↩︎






