Quando la mente crolla, le strade di una metropoli non sono più fatte di asfalto e cemento, ma diventano un teatro di demoni, visioni divine e spietata solitudine.
Con Yeni Şafak Solarken, esportato all’estero con il titolo New Dawn Fades, il regista turco Gürcan Keltek firma la sua prima vera incursione nella finzione dopo una carriera legata al documentario, portando sullo schermo un’opera ipnotica, inquieta e profondamente personale. Presentato in concorso al Festival di Locarno, il film conferma l’interesse dell’autore per il rapporto tra individuo, memoria e spazio urbano, trasformando Istanbul in un organismo vivente e perturbante.

Il film segue le vicende di Akın, interpretato dal bravo Cem Yiğit Üzümoğlu, un giovane uomo di origini balcaniche da poco dimesso da un ospedale psichiatrico dopo l’ennesimo crollo. Consumato da un senso latente di vergogna e incapace di riadattarsi alla vita ordinaria, Akın smette di assumere i farmaci prescritti e si rifugia nella casa di famiglia e conduce un’esistenza sempre più isolata, interrotta soltanto da sporadiche visite ai monumenti religiosi, alle moschee e ai cimiteri di Istanbul.
Nel corso di circa 72 ore, il legame con la sua famiglia e con la realtà si spezza definitivamente. Cercando rifugio in strutture religiose, moschee e cimiteri antichi, il ragazzo cade in uno stato di costante estasi mistica.
Nel tentativo di trovare conforto nella fede e un ordine nel caos della propria mente, Akın precipita invece in uno stato di estasi e allucinazione. Le architetture sacre, le strade congestionate della città e i luoghi della memoria diventano catalizzatori di una progressiva frattura con la realtà. Ciò che vede è autentico oppure è il riflesso di una coscienza ormai in pezzi? La sua mente, invasa da allucinazioni psicotiche e ossessioni spirituali, viaggia freneticamente tra la realtà e l’illusione, in un viaggio che esplora la solitudine e il confine sottile tra sanità mentale e follia.

L’aspetto più sorprendente di Yeni Şafak Solarken è il modo in cui non si accomuna ad altri thriller psicologici. Keltek non costruisce la tensione attraverso colpi di scena o spiegoni; preferisce immergere il pubblico nell’esperienza soggettiva del protagonista.
Istanbul non è un semplice sfondo, ma un attore vero e proprio del film. Le sue moschee, i suoi cimiteri, i quartieri sovraffollati e il rumore incessante sembrano modellare e alterare la psiche di Akın. La città diventa un’estensione del suo subconscio, un labirinto spirituale in cui sacro e profano, documentario e finzione, lucidità e delirio convivono senza confini netti. La stessa critica ha parlato di una forte componente di psicogeografia, cioè dell’influenza degli spazi urbani sugli stati emotivi e mentali dei personaggi.
Ciò che distingue Yeni Şafak Solarken dai classici drammi sulla salute mentale è il modo in cui Keltek unisce la psicosi individuale al contesto politico e sociale. La mente di Akın non sta collassando nel vuoto, ma riflette le contraddizioni, la tossicità e il peso storico di Istanbul.
Keltek ha confessato di non avere una sceneggiatura rigida, ma di aver girato il film lasciando enorme spazio all’improvvisazione e alla cattura del momento reale, rendendo la discesa agli inferi del protagonista spaventosamente autentica.
La colonna sonora crea inoltre un rumore elettronico e cupo che fa percepire allo spettatore lo stesso ronzio opprimente che Akın ha nella testa.

Yeni Şafak Solarken non è un film per tutti, a volte anche difficile da seguire. Ci si deve armare di pazienza e disponibilità ad abbandonare la narrazione tradizionale e il desiderio di lasciarsi trasportare da immagini e sensazioni più che da una trama lineare. In cambio si viene catapultati in un’esperienza cinematografica rara, un viaggio oscuro tra fede, alienazione e follia, in cui la città e la mente finiscono per confondersi.
Quando si perde il contatto con il proprio vero sé, si scivola in un’altra realtà. Le strade dei quartieri affollati, dove il male è diventato banale e la misericordia è morta, ora ospitano diavoli e demoni.






